TEHERAN - Nessun segnale di distensione arriva dal Medio Oriente, dove il fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sembra essere messo a rischio da una nuova possibile escalation militare.

C’è la “possibilità” che gli attacchi contro l’Iran riprendano, queste le parole di Donald Trump, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg. Da parte sua, il capo della magistratura iraniana, Gholam-Hossein Mohseni Eje’i, ha affermato che Teheran non gradisce la prosecuzione del conflitto, ma che combatterà se la sua “dignità” sarà minacciata.

L’Iran ha presentato un piano articolato in 14 punti, trasmesso attraverso la mediazione del Pakistan, che punta a una cessazione complessiva delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano. La proposta si differenzia da quella stilata da Washington, che prevedeva una tregua temporanea di due mesi. Teheran ha chiesto che le questioni vengano risolte entro 30 giorni, con negoziati orientati a mettere una fine definitiva al conflitto.

Tra i punti centrali della proposta iraniana figurano garanzie contro nuove aggressioni militari, il ritiro delle forze statunitensi dalla regione, la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei beni iraniani congelati. 

Sul tavolo anche un nuovo meccanismo di gestione per lo Stretto di Hormuz e un percorso negoziale sul programma nucleare, con il riconoscimento del diritto iraniano ad arricchire uranio per fini civili, a fronte di una sospensione delle attività.

Nessuna replica ufficiale è ancora arrivata dalla Casa Bianca, anche se Trump, assicurando che esaminerà il piano, ha espresso dubbi sulla sua accettabilità, lasciando intendere che potrebbe proseguire anche senza un accordo.

Una linea che alimenta le tensioni interne negli Stati Uniti, con i democratici che contestano la legittimità del conflitto, avviato senza l’autorizzazione del Congresso. Del resto, è quello di cui si lamenta anche il Congresso, dopo la scadenza dei 60 giorni previsti dalla legge statunitense perché un presidente notifichi al Parlamento una guerra e ne chieda l’autorizzazione. Trump ha replicato che la tregua scattata il 7 aprile avrebbe bloccato il conteggio e terminato il confronto diretto tra Washington e Teheran, motivo per cui non servirebbe alcuna autorizzazione per il conflitto.

Una dichiarazione rifiutata dai democratici: “Trump è entrato in questa guerra senza strategia e senza un’autorizzazione legale e quanto ha detto al Congresso non cambia nessuna delle due cose”, ha commentato la senatrice democratica Jeanne Shaheen.

Alle sue parole hanno fatto eco quelle del leader liberale al Senato, Chuck Schumer, che ha accusato il Presidente di combattere una “guerra illegale” con la complicità dei repubblicani.

Ma Donald Trump non sembra troppo preoccupato dalla crescente frammentazione sul fronte interno e ha anzi fatto intendere che nelle prossime settimane potrebbe aprirsi un’altra linea di scontro: “Di ritorno dall’Iran, faremo sì che una delle nostre grandi unità, forse la portaerei Lincoln, si avvicini a circa 100 metri dalla costa dell’isola di Cuba. E loro potrebbero dirci: molte grazie, ci arrendiamo”.

Parole che gettano benzina sul fuoco, visto che in Medio Oriente la situazione resta estremamente instabile anche per l’intreccio tra le tensioni regionali. L’Iran insiste sulla necessità di includere il Libano nei negoziati, ribadendo il legame strategico con Hezbollah.

Contemporaneamente, Israele ha intensificato gli attacchi nel sud del Libano, colpendo decine di obiettivi del gruppo sciita, mentre Hezbollah ha rivendicato azioni contro le forze israeliane in risposta a presunte violazioni del cessate il fuoco.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il nodo energetico. Il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz ha ridotto drasticamente le esportazioni di petrolio iraniano, costringendo Teheran a tagliare la produzione per evitare il saturarsi dei depositi. Una strategia resa possibile dall’esperienza accumulata negli anni, che consente al Paese di sospendere e riattivare rapidamente i pozzi senza danni permanenti.

Nonostante il confronto resti aperto, la distanza tra le posizioni appare ancora significativa. Da Teheran si ribadisce che “la palla è nel campo degli Stati Uniti”, chiamati a scegliere tra una soluzione diplomatica e il proseguimento dello scontro.