BRISBANE – La lista d’attesa per l’edilizia sociale del Queensland è scesa a 44.294 persone a luglio, dopo avere superato quota 59mila nel novembre dello scorso anno, ma il governo riconosce che il problema abitativo resta lontano da una soluzione.
Quando il Liberal National Party (LNP) è arrivato al governo nell’ottobre 2024, le persone registrate erano 48.539. Il numero era poi cresciuto costantemente per oltre un anno prima di iniziare a diminuire.
Il ministro per l’Edilizia abitativa Sam O’Connor ha detto che il governo è riuscito a invertire la tendenza e che il dato attuale è inferiore di oltre il 20 per cento rispetto al massimo raggiunto.
“Stiamo andando nella direzione giusta e non siamo ancora arrivati, ma siamo soddisfatti dei progressi compiuti”, ha dichiarato.
Secondo O’Connor, il calo deriva da una gestione più attiva della lista e dall’ingresso di nuove abitazioni nel sistema.
Il ministro ha però evitato di indicare un obiettivo numerico per la riduzione della lista d’attesa. Ha invece richiamato il traguardo fissato dal premier David Crisafulli: 53.500 abitazioni sociali e comunitarie da realizzare entro il 2044.
Per Fiona Caniglia, amministratrice delegata di QShelter, il registro ufficiale non fotografa però tutta la domanda.
I criteri di reddito per accedere all’edilizia sociale sono molto restrittivi. Per una famiglia già inserita nel sistema il tetto è di 80mila dollari annui, mentre per i nuovi richiedenti il limite è di 609 dollari a settimana per una persona sola senza figli e 755 dollari per una coppia.
Questo lascia fuori una fascia ampia di persone che guadagnano troppo per accedere alle case sociali ma non abbastanza per sostenere agevolmente i costi del mercato privato.
“È quello che chiamiamo missing middle”, ha spiegato Caniglia, sottolineando la scarsità di soluzioni intermedie tra edilizia pubblica e affitto a prezzi di mercato.
QShelter chiede quindi obiettivi specifici non solo per le case sociali, ma anche per alloggi a canone ridotto e per strutture destinate alle persone più vulnerabili.
Secondo Caniglia, l’assenza di queste alternative sta spingendo molte famiglie verso aree periferiche meno servite, più lontane da lavoro, trasporti e infrastrutture essenziali.