Sono diventata mamma pochi mesi dopo il mio rientro definitivo in Italia, dopo aver vissuto per qualche anno dall’altra parte del mondo, in Australia. Il post-parto è stato, per me, uno dei momenti più complessi della mia vita, così complesso da costringermi a interrogarmi su una domanda che, ancora oggi, sembra quasi proibita: perché continuiamo a raccontare la maternità come un’esperienza fatta esclusivamente di felicità, gratitudine e amore incondizionato? Perché insistiamo nel dipingere quei mesi come una parentesi luminosa, quasi mistica, quando per moltissime donne rappresentano anche un tempo di smarrimento, di paura, di stanchezza estrema e di profonda solitudine?

Se non vedi fiorellini sbocciare ovunque, se non senti uccellini cinguettare nella tua testa mentre cerchi disperatamente di capire come prendersi cura di un neonato senza un manuale di istruzioni, come riconoscere i suoi bisogni, come sopravvivere alle notti insonni e, allo stesso tempo, continuare a essere una compagna, una lavoratrice, una donna “presentabile” e all’altezza delle aspettative sociali, il rischio è quello di sentirsi immediatamente in difetto. Inadeguate. Quasi colpevoli. Come se la difficoltà fosse il segno di un fallimento personale e non la naturale conseguenza di una delle trasformazioni più profonde che un essere umano possa attraversare.

In quel periodo la presenza di mia madre è stata fondamentale. Anche se soltanto per poche settimane, il suo sostegno è stato il mio punto di riferimento, la mia ancora in mezzo alla tempesta. Mi sono aggrappata a lei quando la maternità sembrava voler spazzare via tutte le certezze che avevo costruito fino a quel momento. Eppure, qualche settimana fa, incontrando una cara amica arrivata dall’Australia con il suo bambino appena nato, mi sono resa conto che quella rete di protezione che per me è stata così preziosa non è affatto scontata. Lei ha scelto di restare dall’altra parte del mondo, dove la sua vita si è ormai radicata, e osservandola non ho potuto fare a meno di chiedermi come avrei affrontato tutto questo se fossi rimasta laggiù. Chi si sarebbe preso cura di me mentre io imparavo a prendermi cura di mio figlio? Chi mi avrebbe detto che stavo facendo bene, che la paura era normale, che la stanchezza non mi rendeva una cattiva madre?

Da quella domanda personale ne è nata un’altra, molto più ampia: cosa accade alle relazioni quando si emigra? Come cambia il modo di essere partner, genitori, figli e amici quando il contesto sociale e familiare che ci ha costruiti viene improvvisamente meno?

“Siamo abituati a pensare che una relazione dipenda soltanto da noi e dall’altra persona. In realtà ogni legame vive e si sviluppa dentro contesti familiari, sociali, culturali e storici che lo nutrono e, invisibilmente, lo regolano”, spiega la dottoressa Anna Pisterzi, psicologa e presidente della cooperativa Transiti.net – Psicologia d’espatrio. “In anni di lavoro clinico con persone espatriate abbiamo imparato che la trasformazione delle relazioni di coppia e familiari è forse la cosa più imprevedibile, perché partire significa ritrovarsi a vivere legami contemporaneamente vicini e lontani”. 

Eppure, quando si parla di espatrio, continuiamo a concentrarci quasi esclusivamente sulla nostalgia, sull’identità sospesa tra due Paesi, sulla cosiddetta “doppia appartenenza”. Si parla molto meno di ciò che accade dentro le case, dentro le coppie, dentro le famiglie. Molto meno di ciò che significa affrontare una maternità senza nonni, una malattia senza fratelli, una crisi senza amici. “Chi accudisce un neonato ha bisogno, a sua volta, di essere accudito, di avere intorno figure esperte e affettuose che confermino che sta facendo bene”, afferma Pisterzi. Una frase apparentemente semplice che, in realtà, mette in discussione uno dei grandi miti contemporanei: quello dell’autosufficienza. 

Perché la verità è che nessuno cresce un figlio da solo. Eppure, milioni di genitori emigrati si ritrovano a farlo ogni giorno, in Paesi lontani, spesso privi di quella rete familiare che in Italia continua a rappresentare, nel bene e nel male, una parte fondamentale dell’esperienza genitoriale. E non è soltanto una questione organizzativa o pratica. “Ciò che cambia davvero all’estero è che questo cerchio di affetti è assottigliato o assente. Non è una sfumatura sentimentale”, sottolinea la psicologa, ricordando che gli studi internazionali stimano come circa una madre migrante su cinque attraversi una depressione post-partum, quasi il doppio rispetto a chi partorisce nel proprio Paese. 

Ma c’è un altro aspetto, ancora più scomodo, che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: la narrazione eroica dell’espatrio. L’idea che chi parte debba necessariamente essere felice della propria scelta, che non possa lamentarsi, perché, in fin dei conti “sei tu che hai deciso di partire”.

“Le fragilità invisibili hanno a che fare con quella narrazione idealizzata dell’espatrio, così diffusa, per cui chi è partito sente di non potersi lamentare, di dover dimostrare che ce la fa da solo, e finisce per ritardare la richiesta di aiuto proprio quando servirebbe di più”. 

La distanza, però, non ridefinisce soltanto il rapporto con i figli. Trasforma anche la coppia. “Da un lato libera, perché permette di costruire una propria cultura familiare, con regole e stili educativi scelti senza doverli negoziare continuamente con le generazioni precedenti. Dall’altro espone, perché quell’abbondanza di adulti affettuosi che si prende cura dei bambini e dà respiro ai genitori non si sostituisce facilmente”. È una libertà che ha un prezzo, e che spesso costringe le persone a reinventare da zero la propria idea di comunità.

Ancora più invisibile è l’esperienza di chi espatria per seguire il partner. Dietro quella che viene raccontata come una scelta spontanea e naturale si nascondono, in realtà, rinunce profonde e identità da ricostruire. “Davanti a questa esperienza invitiamo sempre a partire da una domanda fondamentale: per chi o con chi mi muovo? Una semplice preposizione cambia la prospettiva”. Muoversi “per” qualcuno significa mettere temporaneamente in secondo piano i propri bisogni, la propria carriera, la propria autonomia; muoversi “con” qualcuno implica invece la costruzione di un progetto condiviso, nel quale entrambi i partner si percepiscono come protagonisti della scelta. Ancora oggi, nella maggior parte dei casi, a seguire il partner sono le donne. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più controversi dell’espatrio contemporaneo: il rischio che il sacrificio di uno dei due venga romanticizzato e trasformato in un gesto d’amore, senza riconoscere il peso psicologico che può comportare. Non è raro che chi accompagna il partner si senta egoista nell’esprimere la propria sofferenza, soprattutto quando l’altro sta costruendo una carriera di successo. La conseguenza è spesso un progressivo isolamento emotivo, che finisce per logorare il rapporto proprio nel momento in cui, agli occhi degli altri, tutto sembra funzionare perfettamente. 

Poi ci sono i figli, i cosiddetti Third Culture Kids, bambini e ragazzi che crescono costruendo ponti tra culture diverse e che imparano molto presto a sentirsi cittadini del mondo. Sviluppano competenze straordinarie, una grande apertura mentale e una notevole capacità di adattamento, ma proprio queste risorse rischiano di rendere invisibili le loro fragilità. Molti di loro sperimentano la sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo, di essere sempre un po’ stranieri, ovunque si trovino. Le amicizie internazionali, spesso intense e profonde, sono inevitabilmente segnate dalla distanza e dalla continua possibilità della separazione.

Tutto questo ha un costo: “Possono sentire di non appartenere mai a una cultura sola, di essere un ibrido, e per quanto l’ibrido sia alla base della fecondità, porta con sé anche la percezione di essere sempre un po’ stranieri”, spiega la dottoressa. E forse una delle riflessioni più profonde di Anna Pisterzi riguarda proprio il ruolo dei genitori davanti a queste fragilità: “Il compito dei genitori non è avere risposte perfette, è rendere le questioni dicibili. Si può anche piangere insieme di nostalgia per la nonna, perché un dolore che si può dire è un dolore che si può attraversare”. 

E poi ci sono le grandi soglie dell’esistenza: la nascita di un figlio, l’adolescenza, la malattia di un genitore rimasto in Italia, il dubbio sul ritorno. Sono momenti che obbligano le persone a fare i conti non soltanto con l’evento in sé, ma anche con la scelta migratoria che hanno compiuto anni prima. Una telefonata può trasformarsi improvvisamente in una fonte di ansia, la nostalgia in senso di colpa, il desiderio di tornare in una domanda senza risposta. Perché chi emigra vive spesso sospeso tra due realtà che continuano a esistere contemporaneamente: quella che ha costruito altrove e quella che ha lasciato indietro, ma che continua a cambiare senza di lui. Ed è proprio questo il nodo più profondo dell’espatrio: la consapevolezza che nessuna scelta è definitiva e che ogni decisione porta con sé una perdita, oltre che una conquista. La psicologia dell’espatrio ci ricorda che partire non significa semplicemente attraversare un confine geografico, e che – piuttosto - coincide con un vero e proprio “ciclo di vita, con i suoi compiti e le sue potenzialità di crescita, che merita accompagnamento come tutte le grandi transizioni dell’esistenza”.