TEHERAN – Il silenzio delle armi in Medio Oriente è stato interrotto nella giornata di ieri da “attacchi limitati e mirati” condotti congiuntamente da Arabia Saudita e Stati Uniti contro milizie filo-iraniane in Iraq ritenute responsabili di aver colpito infrastrutture petrolifere saudite, come ha fatto sapere il ministero della Difesa di Riad, specificando che i droni lanciati dall’Iraq erano stati intercettati e abbattuti.
“L’Arabia Saudita non cerca un’escalation, ma risponderà a qualsiasi aggressione nei suoi confronti”, il chiarimento del ministero.
In una dichiarazione separata del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) si legge che caccia statunitensi e sauditi hanno colpito “numerosi siti logistici e depositi di armi di organizzazioni terroristiche nell’Iraq orientale” in risposta ai continui attacchi con droni.
Il coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attacchi segna un cambio di passo: il regno aveva finora cercato di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Tuttavia, negli ultimi tempi è stato sempre più spesso preso di mira sia dalle milizie filo-iraniane attive in Iraq sia dagli Houthi, che hanno colpito imbarcazioni saudite nell’area del Mar Rosso.
L’attacco è avvenuto a ventiquattro ore dall’annuncio con cui il presidente Donald Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avevano sospeso gli attacchi contro l’Iran e che Teheran aveva manifestato l’intenzione di avviare un dialogo.
Un’affermazione prontamente smentita dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, che ha chiarito: “Al momento non sono in corso negoziati con gli Stati Uniti”.
Ma il capo della Casa Bianca ha nelle scorse ore ripreso più volte il concetto secondo cui Teheran sarebbe disponibile a riprendere la via diplomatica, in considerazione del fatto che gli attacchi americani avrebbero depotenziato la macchina militare. “Abbiamo distrutto la loro Marina. Abbiamo distrutto la loro aviazione.
Abbiamo distrutto la loro leadership. Abbiamo distrutto il loro arsenale antiaereo”, ha affermato Trump aggiungendo che la produzione militare iraniana si sarebbe notevolmente indebolita. “I loro droni vengono prodotti a un ritmo di circa il 7%. Abbiamo distrutto la maggior parte della loro capacità di produzione di droni e di missili”.
Secondo alti funzionari dell’amministrazione americana, sarebbe invece la pressione economica esercitata da Washington attraverso le sanzioni a danneggiare Teheran più dei bombardamenti.
L’intelligence statunitense indica un peggioramento della situazione finanziaria derivante dalla carenza di benzina, dal rischio di corse agli sportelli bancari e dalle difficoltà nel pagare i combattenti.
Secondo una fonte di Axios, l’Iran “teme più il dipartimento del Tesoro che il dipartimento della Guerra”, anche se le difficoltà economiche potrebbero richiedere più tempo di una campagna militare su vasta scala per costringere il governo iraniano a un accordo.
L’accesso ai beni congelati e l’allentamento delle sanzioni sarebbero per Teheran una priorità centrale nei colloqui per il cessate il fuoco.
“Questo è un buon momento per l’Iran per fare un accordo”, ha detto Donald Trump durante un’intervista con l’emittente Fox, durante la quale ha minacciato di colpire Pickaxe Mountain - il sito sotterraneo dove si pensa che il governo iraniano abbia costruito un impianto segreto di arricchimento dell’uranio -.
“So esattamente cosa sta succedendo lì. La distruggeremo in caso di mancato accordo”, perché, ha proseguito, “l’Iran sa che non avrà mai un’arma nucleare”. Senza un negoziato “finiremo il lavoro - ha aggiunto il Presidente -. In due ore non avranno più ponti e in 24 ore non avranno più centrali”.
Uno dei nodi centrali della delicata situazione rimane la gestione dello Stretto di Hormuz, usato come arma di ricatto dal governo iraniano che impedirà il transito a qualsiasi azienda o Paese che accetti denaro proveniente da beni iraniani congelati. Un avvertimento lanciato dopo che la Casa Bianca ha proposto di risarcire le navi danneggiate utilizzando fondi iraniani sequestrati.
Dopo lo scoppio della guerra con Washington, Teheran ha realizzato il valore del corridoio marittimo, assicurando che prenderà in considerazione “qualsiasi azione” per mantenerne il controllo, inclusa la ripresa della guerra.
Lo Stretto “è diventato parte della nostra sicurezza nazionale e fornisce capacità difensive e non ci rinunceremo mai”, ha detto il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi.
Da parte sua, anche l’Oman cerca di intervenire sulla questione presentando all’Iran una proposta di un meccanismo regionale congiunto per la gestione del passaggio con tariffe volontarie. In base alla proposta omanita, che gode di sostegno regionale, Teheran non eserciterebbe il controllo esclusivo di questa vitale via navigabile.
Ricalcando la gestione dello Stretto di Malacca, il piano prevederebbe un contributo finanziario volontario, da parte di chi utilizza Hormuz, per la protezione ambientale, e per le operazioni di ricerca e salvataggio.
Dura la reazione di Teheran che ha rifiutato quest’ipotesi giustificando il fatto che l’Iran “non sarebbe più in grado di esercitare la propria sovranità” nel caso aprisse un corridoio al Sud, nei pressi della costa dell’Oman.
“Per questo non riconosceremo mai la rotta meridionale omanita nello Stretto. Se l’Oman non accetterà la nostra proposta per la rotta di passaggio delle navi, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso”, ha chiosato Gharibabadi.