MOSCA - La crisi del carburante, che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutte le regioni della Russia dopo settimane di raid ucraini contro le raffinerie della Federazione, è arrivata a intaccare direttamente il livello di gradimento del capo del Cremlino. Secondo i dati diffusi dall’istituto di sondaggi statale Vtsiom, la fiducia nel leader russo è calata di ben 3,5 punti nella sola settimana dal 22 al 28 giugno, attestandosi al 66,9%.
Per comprendere la portata di questo scivolone politico occorre guardare ai vent’anni di dati storici dell’istituto: solo due volte il gradimento di un presidente in carica è calato più rapidamente. Il precedente più significativo risale al giugno 2018, quando Vladimir Putin perse 8,5 punti in una settimana dopo l’annuncio dell’impopolare aumento dell’età pensionabile, mentre nel settembre 2009 Dmitri Medvedev registrò un calo di 4 punti in sette giorni.
Come fa notare il Moscow Times, l’attuale 66,9% è leggermente superiore al minimo storico registrato ad aprile (65,6%), ma risulta inferiore di 10,9 punti rispetto alla fine del 2025. Il distacco è ancora più evidente se paragonato al picco raggiunto durante il conflitto (il 79,2% nel maggio 2025), rispetto al quale Putin ha perso ben 12,3 punti percentuali di gradimento.
Quella che era nata come una difficoltà di approvvigionamento si sta rapidamente trasformando in una crisi sociale che potrebbe assumere risvolti politici. L’analista Serghei Kolesnikov osserva che la stanchezza per la guerra si sta progressivamente tramutando in malcontento, anche se la popolazione non dispone attualmente degli strumenti per imbastire una protesta in grado di minacciare la tenuta del potere del Cremlino.
Sulla stessa linea il politologo Ilya Grashchenkov, secondo cui “la carenza di benzina ha rapidamente cessato di essere un problema economico, diventando una prova della capacità dello Stato di gestire una crisi che non ha un impatto sulla macroeconomia astratta, ma sulla normalità quotidiana”.
Domenica scorsa, spinto dall’evidenza dei razionamenti alle stazioni di servizio, dall’impennata dei prezzi e dalle lunghe code di auto in cerca di benzina, Putin ha riconosciuto pubblicamente per la prima volta l’esistenza della crisi. Il formato scelto per l’intervento è stato di per sé significativo: nessuna comunicazione formale alla Nazione (solitamente riservata a eventi straordinari come l’annuncio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022) e nessuna discussione aperta in seno a una riunione di governo. Il presidente ha preferito rilasciare un’intervista a Pavel Zarubin, noto come il “giornalista di corte” del Cremlino.
Rispondendo alle domande, Putin ha ammesso che i raid ucraini sulle raffinerie stanno effettivamente causando carenze di benzina, ma ha rassicurato il pubblico sostenendo che la situazione non è “critica”, per poi deviare rapidamente il discorso verso lo stato dei negoziati di pace e un lungo resoconto dei successi militari russi.
Nonostante il tentativo di minimizzare, la scelta stessa di esporsi rompe un tabù. Putin, infatti, tende da sempre a prendere le distanze dalle cattive notizie. Secondo la giornalista russa Farida Rustamova, però, “la crisi è così grave che al Cremlino probabilmente hanno deciso che il presidente avrebbe rischiato di apparire troppo distaccato dalla realtà se avesse continuato a ignorarla”.
A pesare sulla strategia comunicativa di Mosca non sono stati soltanto i sondaggi interni in picchiata, ma anche l’imminente scadenza elettorale di settembre, quando i cittadini russi saranno chiamati alle urne per il rinnovo della Duma di Stato.