DAMASCO - L’ex presidente della Siria, Bashar al-Assad, è stato condannato a morte in contumacia da un tribunale siriano, che lo ha riconosciuto colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile che ha insanguinato il Paese.
La sentenza rappresenta la prima condanna emessa contro al-Assad da parte delle autorità di transizione, le quali quest’anno hanno avviato una serie di procedimenti giudiziari (sia in presenza che in contumacia) a carico dei vertici del precedente governo. L’ex leader era fuggito a Mosca con la propria famiglia nel dicembre 2024, mentre le forze guidate dagli islamisti avanzavano verso la capitale Damasco.
I processi erano stati aperti ad aprile per accertare le responsabilità legate alle atrocità commesse durante il conflitto, scoppiato a seguito della brutale repressione delle proteste pro-cambio di governo promosse dalla popolazione. La guerra ha causato oltre mezzo milione di morti, milioni di sfollati e la scomparsa di decine di migliaia di persone, molte delle quali inghiottite nel feroce sistema carcerario del regime.
Nel pronunciare la sentenza, il giudice Fakhr al-Din al-Aryan ha dettagliato i reati contestati ad al-Assad, condannandolo per “omicidio premeditato, uccisione intenzionale di più persone, uccisione intenzionale di minori di 15 anni, tortura con conseguente morte e privazione della libertà in molteplici occasioni - classificati come crimini contro l’umanità e crimini di guerra”.
Oltre all’ex presidente, insediatosi al potere nel 2000 dopo la morte del padre Hafez, la corte ha inflitto la pena capitale in contumacia a sei ex ufficiali militari e della sicurezza, anch’essi fuggiti dal Paese e sotto processo per omicidio, istigazione all’omicidio, tortura e ripetute privazioni della libertà. Tra i condannati figurano: Maher al-Assad, fratello dell’ex presidente e comandante della Quarta Divisione d’élite dell’esercito; Fahd al-Freij, ex ministro della Difesa; e Louay al-Ali, già al vertice dell’intelligence militare nella provincia di Daraa nel 2011.
L’unico imputato presente in aula, l’ex funzionario della sicurezza Atif Najib, è stato anch’egli condannato alla pena di morte per crimini contro l’umanità. Cugino di al-Assad ed ex capo della sicurezza politica nella provincia di Daraa, Najib era stato arrestato nel gennaio dello scorso anno. La corte lo ha ritenuto colpevole di omicidio, “uccisione intenzionale di bambini di età inferiore ai 15 anni”, oltre che di “tortura con conseguente morte”. Stabilito che gli atti a lui attribuiti costituiscono “crimini contro l’umanità”, il tribunale ha deciso di applicare “la pena più severa, ovvero la pena di morte”. Il giudice Aryan ha precisato che Najib ha respinto ogni addebito e non ha mostrato “alcun rimorso”.
La figura di Najib si lega direttamente all’inizio della rivolta siriana, divampata a Daraa nel marzo 2011 in seguito all’arresto di 15 studenti accusati di aver scritto slogan antigovernativi sui muri della città. Le torture subite dai giovani scatenarono le proteste dei residenti per chiederne la liberazione, degenerate in violenti scontri dopo che le forze di sicurezza repressero con la forza le manifestazioni pacifiche sparando proiettili veri sui sit-in. Nonostante la successiva destituzione di Najib, le proteste si estesero rapidamente all’intero territorio nazionale, dando inizio al lungo e sanguinoso conflitto.