Sorpasso numero due: dopo la Coalizione, tocca ai laburisti. One Nation sorprende tutti e accelera verso consensi che fino a poco tempo fa sembravano inimmaginabili. Sondaggio ‘minimo’ - come numero di interpellati - quello del sorpasso (The Australian Financial Review/Redbridge Group/Accent Research poll) ma comunque significativo: il partito di Pauline Hanson al primo posto con il 31% di seguito, laburisti al secondo con il 28%, liberal-nazionali al 20%.

Fenomeno passeggero, continuano ad assicurare molti osservatori, perché è impossibile pensare che il partito dell’insoddisfazione possa mantenere simili livelli di attenzione fino alle prossime elezioni, distanti ancora un paio d’anni. Potrebbe tuttavia essere un errore interpretare questa straordinaria crescita esclusivamente come un’ondata di protesta destinata a esaurirsi.

Dietro il successo di Hanson, questa volta, si nasconde qualcosa di più profondo: una trasformazione del sistema politico australiano che coinvolge sia la sinistra sia la destra tradizionale. Una trasformazione che, tra l’altro, coinvolge almeno altri trenta e più tra partiti, partitini e indipendenti vari, talvolta ben sponsorizzati come è il caso del contingente ‘teal’. Una vasta scelta di formazioni minori che includono: United Australia Party del miliardario Clive Palmer; Legalise Cannabis Australia; Indigenous-Aboriginal Party of Australia; Power 2 People; Shooters, Fishers and Farmers Party; Family First; Socialist Alliance; Jacqui Lambie Network; Gerard Rennick People First; Animal Justice Party; David Pocock for the ACT, e l’ Australian Citizens Party.

Ma è One Nation che tiene banco, perché esiste da una trentina d’anni e sta raccogliendo sempre maggiori consensi in ogni singolo Stato, consensi che si sono già materializzati in seggi (statali) nel South Australia, ma soprattutto che hanno portato per la prima volta, via la legittimazione del voto, un rappresentante alla Camera con la vittoria di David Farley nelle suppletive federali di Farrer. Non più un fenomeno passeggero, ma un partito con un seguito vero che sta creando ambizioni davvero inaspettate.  E, paradossalmente, la persona che invita tutti ad una maggiore cautela nell’interpretare i sondaggi (di martedì quello condotto da Sky News Pulse che conferma il doppio sorpasso con un 29-26-20 di voti primari a favore di One Nation) è proprio Hanson che anche lunedì scorso, in un’intervista radiofonica dopo l’exploit del primo posto nella classifica delle intenzioni di voto, ha sottolineato che “il vero sondaggio è quello del giorno delle elezioni”. 

Una posizione prudente e saggia. I sondaggi fotografano un momento e non indicano la fine di un viaggio. Tuttavia, anche se i numeri non rappresentano una profezia, mostrano chiaramente una tendenza: una parte crescente dell’elettorato sta perdendo fiducia nei due maggiori partiti che hanno dominato la politica federale per decenni regalando al Paese, grazie ad una sana alternanza, stabilità e credibilità.

Questa sfiducia si manifesta in forme diverse. Da un lato ci sono gli elettori conservatori che desiderano liberarsi dal governo Albanese, ma che vedono nella Coalizione un’opposizione debole, incapace di trasformare il malcontento in una proposta vincente. Dall’altro emerge un gruppo forse ancora più significativo: giovani lavoratori, famiglie della classe media e cittadini delle periferie e delle aree regionali che faticano ad arrivare a fine mese.
Per questi ultimi, la questione non è principalmente culturale o identitaria. è puramente economica.

Negli ultimi anni gli australiani sono stati costretti ad affrontare una pandemia, un sempre più evidente e preoccupante rallentamento economico legato a una crisi inflazionistica che comincia ad avere i connotati di quella già vissuta negli anni ‘80 e il ritorno della spiacevole esperienza di un, non tanto graduale, aumento dei tassi d’interesse. Il costo della vita è diventato il problema dominante e la casa, tradizionale simbolo del sogno e del benessere australiano, è sempre più fuori portata per troppi giovani e famiglie. Gli stipendi, nonostante l’aumento del salario minimo del 4,75% decretato proprio l’altro ieri dalla Fair Work Commission, non tengono il passo con le spese. Ed è sempre più diffusa l’impressione - che il governo alimenta con il suo mantra sull’equità generazionale -, che bisogna correggere un sistema che favorisce chi già possiede patrimoni e proprietà immobiliari.
È proprio qui che il fenomeno Hanson assume una dimensione nuova e potenzialmente molto più pericolosa per gli equilibri tradizionali.

Per anni, infatti, One Nation è stato identificato quasi esclusivamente con battaglie sull’immigrazione, sull’identità nazionale e sul multiculturalismo. Temi che continuano a essere presenti, ma che oggi non bastano più a spiegare la sua crescita. Hanson ha compreso che la rabbia economica offre uno spazio politico più ampio di quello occupato dalle sole guerre culturali.
L’esempio più evidente riguarda il dibattito in corso sul ‘negative gearing’, una delle colonne portanti del quinto budget di Jim Chalmers. Mentre la Coalizione continua a difendere sostanzialmente lo status quo, Hanson ha accettato l’idea della revisione annunciata dal ministro del Tesoro sugli investimenti nel settore immobiliare, proponendo di limitare i benefici fiscali a un massimo di due proprietà.

Una posizione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata più vicina ai verdi che alla destra populista. Ma non si tratta di un tema isolato. Anche nel settore energetico emergono sorprendenti convergenze tra One Nation e il movimento ambientalista. Pur partendo da visioni opposte sul ruolo dei combustibili fossili, entrambi i partiti sostengono che una quota maggiore della ricchezza derivante dalle risorse naturali debba tornare direttamente ai cittadini australiani.

Questa apparente contraddizione rivela una realtà più complessa. Hanson non sta abbandonando il populismo, ma lo sta rimodellando passando da un’impronta prevalentemente culturale a una più ampia e profonda che abbraccia il campo economico. Un salto di ‘qualità’ che sta mettendo in netta difficoltà soprattutto la Coalizione. Angus Taylor, infatti, ha mostrato di non essere pronto a questo ampliamento del campo d’azione di One Nation e, per cercare di contrastare il nuovo ‘avversario’ a destra che continua a sfilargli voti, sta concentrandosi esclusivamente su temi come l’identità di genere, l’immigrazione e le norme antidiscriminazione. Un ritardo sulla sintonizzazione politica del momento, discutibile e pericoloso: chi non riesce a comprare una casa o a pagare il mutuo difficilmente cambierà voto soltanto per una battaglia simbolica sulle questioni culturali.

Taylor gira a vuoto e la scelta liberale di affidare la presidenza del partito a Tony Abbott è l’esempio pratico dello stato confusionale dell’opposizione. L’ex primo ministro difficilmente resterà nell’ombra, come ha già dimostrato nell’intervento ‘inaugurale’ durante il quale ha messo a fuoco i problemi da affrontare: “un’economia stagnante, una società frammentata, un diffuso malessere sociale e un governo ambivalente su un Paese che non è più lo stesso”. Una scommessa, dunque, questo affiancamento a Taylor: se funziona, dato che Abbott bene o male parla più o meno la stessa lingua di One Nation, i liberali potrebbero riprendere un minimo di iniziativa e quota, ma se va male l’affondamento della Coalizione sarà completo, regalando ad Albanese uno slogan, di grande impatto: “Un voto per i liberali è un voto per Hanson come primo ministro”.

Uno spauracchio non da poco perché, a prescindere dai meriti su coerenza, esperienza e semplificazione del messaggio politico, la leader di One Nation metterebbe a rischio ogni aspetto del Paese, dalla sua credibilità internazionale alla sua economia, dalla coesione sociale alla sicurezza nazionale. 

Molti degli elettori che oggi rivolgono le loro attenzioni a Hanson sono comunque  gli stessi che, nel 2022, hanno contribuito alla vittoria laburista. Si tratta di persone che non possiedono necessariamente una forte identità ideologica. Votano soprattutto sulla base della percezione della propria condizione economica. Se ritengono che il governo non stia migliorando la loro vita quotidiana, sono pronti a cercare alternative. 

In questo senso One Nation sta diventando il veicolo politico di una protesta trasversale. Non raccoglie soltanto conservatori delusi, ma anche cittadini economicamente frustrati che vedono nei partiti tradizionali una classe dirigente distante dai problemi reali della vita di ogni giorno.

La vera domanda è se questa trasformazione rappresenti una svolta permanente oppure un’altra fase di  ascesa per il movimento di Hanson a cui seguirà un puntuale collasso interno - come già successo nel passato - dovuto a conflitti personali e problemi organizzativi.  La storia insegna, anche se oggi esistono elementi che distinguono questa fase dalle precedenti.
Innanzitutto, il malessere economico appare più diffuso e persistente rispetto al passato. In secondo luogo, la crisi di rappresentanza colpisce contemporaneamente sia il centrosinistra sia il centrodestra. Infine, Hanson sembra aver individuato una narrazione più ampia e sofisticata rispetto alle tradizionali campagne contro l’immigrazione e poco altro.

Il prossimo test elettorale sarà cruciale per capire meglio che aria effettivamente tira nel Paese. Le elezioni statali del Victoria offriranno un’importante indicazione sulla capacità di One Nation di trasformare il consenso nei sondaggi in risultati concreti. Occhio, quindi, anche a possibili accordi sui voti preferenziali e a una prima importante possibilità sia per i laburisti che per i liberali di mostrare di avere davvero compreso il messaggio che cercano di trasmettere gli elettori.