Indimenticabile Alberto Sordi in “Finché c’è guerra c’è speranza”, ambulante che percorre l’Africa, scossa da violenti conflitti, in cerca di clienti cui vendere le sue armi. È trascorso oltre mezzo secolo dalla sua uscita e, purtroppo, il film non è invecchiato, anzi, le armi sono più che mai protagoniste del commercio internazionale e i trafficanti fai-da-te, come il protagonista di quella memorabile pellicola, sono stati rimpiazzati da lobby potenti e arroganti, infiltrate nei centri decisionali strategici del globo: tutto il mondo pensa a riarmarsi, alimenta le guerre in corso, progetta quelle future.
I costi umani dei conflitti armati sono chiari a tutti, lo stesso non si può dire di quelli ambientali. A prima vista la questione potrebbe apparire secondaria: quando si legge di bombardamenti su Libano e Gaza, missili su Kiev, droni che penetrano in Russia, raid sull’Iran e massacri indiscriminati in Sudan, il pensiero va alle vittime di tutti quegli attacchi sanguinari; preoccuparsi delle conseguenze sull’ambiente sembra addirittura inopportuno: sono cose che passano in secondo piano rispetto ai bambini strappati alla vita dalla malvagità umana nutrita dalla tecnologia del terrore.
Ma le conseguenze ambientali delle guerre sono altrettanto importanti, perché le armi continuano a uccidere e distruggere a lungo, anche quando la guerra è ormai finita da tempo. Basta ricordare le conseguenze catastrofiche della diossina irrorata dai bombardieri americani, quando innaffiavano le foreste indocinesi con il potente defoliante noto come “Agente Arancio”: il cancro, gli aborti, i bambini deformi, le tante patologie che, ancora oggi, affliggono il Vietnam, mezzo secolo dopo la fine della guerra. O si possono guardare gli appelli di Save The Children per i bambini di Gaza, che si aggirano come zombie fra montagne di macerie tossiche e si avvelenano i polmoni e il sangue in cerca di qualcosa da mangiare; oppure si possono leggere le statistiche degli istituti di ricerca ucraini sull’inquinamento delle acque irrigue e dei terreni agricoli e pastorali causato dai rottami di guerra che, in questi anni, vi si sono accumulati.
Per spiegare questi effetti devastanti, in occasione del quinto anniversario dell’invasione dell’Ucraina, l’esperto del CNR di Milano Matteo Guidotti ha illustrato l’effetto dei metalli pesanti e degli altri veleni che le bombe depositano nei terreni, dell’inquinamento atmosferico derivato dai fumi cancerogeni delle industrie colpite dai bombardamenti, delle acque inquinate a seguito della distruzione delle dighe, delle sostanze tossiche disperse nell’aria, nei suoli e nelle acque, che avveleneranno ancora per decenni: tutte bombe ad orologeria il cui enorme impatto sulla popolazione sarà misurabile solo con il trascorrere del tempo. Guidotti ha anche raccontato dei droni, fabbricati con materiali estremamente inquinanti e collegati a sottili cavi lunghi fino a venticinque chilometri, che, dopo l’esplosione, diventano rifiuti elettrici ed elettronici che rilasciano sostanze velenose, inclusi i PFAS, composti chimici noti come “inquinanti eterni”, perché non si degradano in natura, accumulandosi tanto nell’ambiente quanto negli organismi viventi.
Le guerre non ammazzano solo nel momento del fragore delle esplosioni, continuano a uccidere e inquinare per lunghissimo tempo e contribuiscono in maniera determinante ad accelerare il cambiamento climatico; per questo nella letteratura specializzata si parla ormai dei conflitti armati come di autentici “ecocidi” e nello studio e nel discorso pacifista e antimilitarista si sta affermando il tema del “disarmo climatico”.
Da molti anni gli scienziati dell’autorevole Bullettin of the Atomic Scientists ripetono che le minacce esistenziali che abbiamo di fronte, come specie vivente, sono due: le armi nucleari e il cambiamento climatico e confermano che, quest’ultimo, è incrementato dall’impatto ambientale delle guerre e degli eserciti; per questo non si può più essere semplicemente pacifisti, senza essere anche difensori dell’ambiente, e possiamo parlare oggi di un “ecopacifismo” in via di radicamento. È importante sottolineare che non si tratta solo di idee opposte ad altri modi di vedere le cose che potrebbero essere altrettanto condivisibili: gli argomenti contro il riarmo sono ormai sostenuti da solide basi scientifiche, da ricerche, studi approfonditi e dati consolidati, anche se le gerarchie militari fanno di tutto per non consegnare i dati dell’impatto ambientale dei loro eserciti. Ad esempio, l’iniziativa “Conflict and Envirnomental Observer” (CEOBS) che effettua rilievi per misurare l’impronta del carbonio prodotto dalle attività militari, ha misurato che, complessivamente, i sistemi militari europei immettono nell’atmosfera, ogni anno, 25 tonnellate di CO2, equivalenti alle emissioni di 14 milioni di automobili con il motore a scoppio.
Occorre anche stare attenti al linguaggio, perché i militari si insinuano sempre più nelle sfere prima riservate al civile, per cui oggi gli eserciti realizzano programmi di cooperazione allo sviluppo nelle zone dove sono operativi, mascherando la loro azione bellica con una patina di servizio ai bisognosi, omettendo però di sottolineare che con un solo carro armato o un solo bombardiere in meno si potrebbero liberare enormi risorse per alimentare la cooperazione civile proprio con quelle stesse popolazioni che essi si vantano di aiutare. Un paradosso significativo dell’insidia, anche semantica, di questi tempi complessi, è l’EPF, European Peace Facility, strumento europeo “per la pace” con il quale è stato costituito un fondo che, contrariamente al nome, consentirà alle industrie europee di vendere più armi, per esempio ai Paesi africani, proprio come nel film di Alberto Sordi, ma con più ipocrisia.
Col “disarmo climatico” si propone la direzione opposta. Il percorso è illustrato nella scarsamente conosciuta Agenda per il Disarmo, promossa dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Vi si sottolinea la necessità e l’urgenza di un disarmo reciproco, per liberare risorse per combattere il cambiamento climatico, ed è forse un caso unico di un politico importante a livello internazionale che ricorre a solidi dati scientifici per giustificare la sua scelta di campo. L’Agenda per la pace è fondamentale per le generazioni a venire, perché da come spenderemo le risorse si deciderà come sarà la nostra casa comune nel futuro.
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