Del suo intervento mi ha colpito soprattutto quel termine: “creduloni”, affibbiato con nonchalance a un bel mucchio di persone che, in tutto il mondo, sono seriamente preoccupate del futuro del pianeta. Forse è un credulone anche Simon Kofe, ministro degli Esteri di Tuvalu, minuscolo arcipelago-Stato del Pacifico che, per lanciare un messaggio forte, nel 2021 ha inviato un appello alla Cop26 di Glasgow facendosi filmare su una spiaggia, vestito in giacca e cravatta ma con l’acqua fino alle ginocchia, per ricordare al mondo che la sua potrebbe essere la prima nazione al mondo a scomparire, non travolta da vicende geopolitiche ma sommersa dalle acque, per via dell’innalzamento dell’oceano, causato dal surriscaldamento globale. Forse sono creduloni anche quelli che governano Kiribati, altro Stato del Pacifico, che da tempo negoziano con il governo australiano la relocation dell’intera popolazione, destinata altrimenti ad affondare assieme all’arcipelago.
L’appello del giovane politico tuvaluano, comunque, pur essendo uno dei messaggi più incisivi e sagaci della storia su questo tema, non è servito a convincere i convenuti di Glasgow, che lo lasciarono a sguazzare nell’acqua dell’atollo e nulla di concreto è stato deciso allora e nemmeno nelle successive riunioni. I generici impegni assunti in questi grandi e costosi ritrovi, sempre assediati dai lobbisti del petrolio e ingombri di governi negazionisti in tema di cambiamento climatico, non bastano a fermare le acque saline che rendono sempre più inabitabili gli arcipelaghi polinesiani.
È proprio da questa assenza di prospettive che, nel novembre 2005, è stata redatta, durante la Cop30, la “Dichiarazione di Belém” sulla transizione dai combustibili fossili, firmata da oltre 50 paesi, tra cui l’Australia, che si sorregge su tre pilastri, corrispondenti ad altrettante necessità, non più procrastinabili: progressiva ma certa riduzione dell’uso dei combustibili fossili, in linea con le raccomandazioni degli scienziati climatici; aumento dell’investimento nelle energie rinnovabili; sostegno ad una transizione equa per i lavoratori e le comunità interessate. I sostenitori della Dichiarazione si sono quindi dati appuntamento a Santa Marta, in Colombia, per la prima “Conferenza per l’abbandono dei combustibili fossili”, tenutasi alla fine di aprile, organizzata dai governi di Colombia e Olanda.
Le novità di questo evento sono state molte, fra cui gli obiettivi, chiari e concreti; la partecipazione di pari livello garantita a tutti i convenuti, dai governi, alle organizzazioni della società civile, ai privati; la deliberata esclusione dei lobbisti del fossile.
La conferenza di Santa Marta non si è posta come un evento in sostituzione delle altre iniziative ufficiali sul clima, si è invece profilata come una coalizione di volenterosi per la creazione di una piattaforma comune e la definizione di un’agenda concreta per l’abbandono dei combustibili fossili, prima che sia troppo tardi. All’intenso lavoro preparatorio hanno dato il loro contributo non solo i governi dei paesi interessati ma anche un ampio ventaglio di attori provenienti da tutti i settori della società civile, dai contadini alle donne, dai popoli indigeni agli afrodiscendenti, ai sindacati. I rappresentanti dei contadini, ad esempio, hanno sottolineato come la transizione debba avvenire in armonia con la natura ed essere fondata su giustizia sociale e ambientale, attraverso meccanismi equi di cooperazione che mettano al centro l’accesso alla terra, la promozione dell’agroecologia, la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili in agricoltura, lo stop alle attività estrattive e il pieno rispetto dei diritti umani.
A Santa Marta mancavano i grandi inquinatori del pianeta, ma i 53 governi presenti rappresentavano comunque circa un terzo del consumo globale di petrolio e del PIL mondiale, evidenziando un certo peso politico di questa nuova e insolita coalizione.
Non è possibile predire oggi se questa iniziativa avrà futuro, ma sarà comunque ricordata per il coraggio e l’entusiasmo con cui è stata lanciata, sostenuta e condotta e per aver affrontato apertamente la sfida storica del superamento di un’economia basata su distruzione e profitto per dare priorità a vita, sicurezza e sovranità energetica, appellandosi alla necessità di costruire nuove forme di cooperazione internazionale, democratiche, efficaci, aperte alla partecipazione dei popoli, in grado di tradursi in azioni concrete, fondate sulla solidarietà e su solidi principi di giustizia ed equità, con la concretezza richiamata dallo spot di lancio della conferenza: “il mondo non ha bisogno di nuove promesse, ma di azioni concrete”.
In un periodo così deprimente, dominato dalle guerre e dal fallimento dei governi sulla questione climatica, non è poco che tutto questo sia avvenuto. Chiara Martinelli, presidente di “Climate Action Network Europe”, prima della conferenza aveva dichiarato che un buon risultato di questa esperienza sarebbe stato che non si concludesse a Santa Marta. Obiettivo raggiunto, perché i promotori si sono dati già appuntamento nel 2027 proprio a Tuvalu, per dare continuità al dialogo attivato e verificare l’applicazione dell’agenda approvata. La conferenza ha individuato i filoni prioritari sui quali lavorare e fondato un Panel composto da 52 accademici che dovranno fornire basi scientifiche alle decisioni politiche che saranno assunte.
L’Australia non aveva a Santa Marta una rappresentanza politica ma solo funzionari federali, privi di mandato per assumere impegni a nome del governo, ma non bisogna trascurare il fatto che, pur essendo restio a fermare l’estrazione dei combustibili fossili, il governo di Canberra contribuisce con cospicui finanziamenti alla lotta per la sopravvivenza delle piccole nazioni del Pacifico.
L’Italia invece era presente solo come paese osservatore. Ma, per quelle popolazioni che rischiano di vedere scomparire, assieme alla terra, l’intera loro storia e cultura, non è più tempo di stare alla finestra, per loro la strada da intraprendere è chiara e sono, già da tempo, al lavoro. Se non vogliamo che si ritrovino presto con l’acqua alla gola dovremmo camminare tutti accanto ai volenterosi di Santa Marta.
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