È anche studiando quella storia che ho radicato una coscienza pacifista; anche visitando i luoghi degli eccidi, da Marzabotto alle Fosse Ardeatine, ho maturato il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e aderito alla nonviolenza, rifiutando la coscrizione militare e scegliendo l’obiezione di coscienza.

Per molti anni ho lavorato col Servizio Civile Internazionale, movimento fondato nel 1919 per riconciliare i popoli che si erano massacrati nelle trincee della Prima guerra mondiale. Da quasi un secolo i volontari del Servizio Civile Internazionale vanno per il mondo, per diffondere la cultura della pace attraverso il lavoro comunitario; si recano fra la gente comune, lontano dai palazzi del potere, per costruire relazioni che consentano di riconoscersi in una comune umanità, anche quando le rispettive nazioni si combattono. Un attivismo che, durante la guerra fredda, ha consentito persino l’incontro fra persone che vivevano ai lati opposti della cosiddetta cortina di ferro e che quindi, secondo i rispettivi governi, avrebbero dovuto odiarsi, perché la logica del potere proponeva allora al mondo la deterrenza atomica come unica forma possibile di convivenza.

È grazie al Servizio Civile Internazionale se, dal dopoguerra ad oggi, molti giovani volontari tedeschi hanno lavorato in Italia, nei luoghi degli eccidi nazifascisti, occasione per familiarizzare con i coetanei italiani e apprendere la storia attraverso il racconto dei reduci.

Lo scorso agosto, durante la commemorazione dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, mi sono emozionato nell’ascoltare proprio la testimonianza di quei volontari tedeschi che, anche quest’anno, erano lì, attivisti di pace. Venivano da Moers, cittadina del distretto carbonifero della Renania e Il ricordo è subito volato a poco più di un anno fa, quando, con mia moglie, mi ero recato proprio a Moers, per partecipare a un seminario di ex volontari del Servizio Civile Internazionale. Quell’incontro aveva il duplice obiettivo di capire cosa fosse rimasto degli anni giovanili di grande impegno pacifista e immaginare quale potesse essere il nostro contributo per la pace e la democrazia, giunti alla terza età in un tempo in cui la guerra è tornata a divampare in Europa.

Con amarezza, mia moglie ed io abbiamo dovuto constatare quanto profondamente i recenti avvenimenti avessero inciso nella coscienza di persone che pure hanno dedicato a questi temi molti anni e intense energie: in maggioranza, quei vecchi attivisti, scossi dalla guerra troppo vicina ai propri confini, si erano scoperti favorevoli al sostegno armato all’Ucraina e al riarmo tedesco ed europeo, per prepararsi a futuri scenari di guerra contro la Russia. Di nuovo la mente è volata nel tempo e ho ricordato l’invasione dell’Iraq nel 2003, quando gli USA ingannarono il mondo intero e convinsero molti alleati a unirsi nella “coalizione dei volenterosi”, raccontando la fandonia delle armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein. Quelle armi non esistevano ma l’Iraq venne ugualmente distrutto e l’intero Medio Oriente destabilizzato, al prezzo di tanti morti e inenarrabili sofferenze. Paradossalmente, per analogia con la questione Ucraina, chi non concordava allora con quella guerra avrebbe dovuto proporre di fornire armi all’Iraq, affinché potesse difendersi da un’invasione altrettanto illegale e brutale. Invece a milioni scendemmo in piazza per ribadire il rifiuto della guerra.

Perché, allora, quei vecchi pacifisti tedeschi non hanno avuto lo stesso atteggiamento quando la guerra ha colpito in Ucraina e i profughi hanno attraversato la Polonia per arrivare fino in Germania a centinaia di migliaia? Perché, è la mia amara conclusione, quando la guerra si avvicina ai tuoi confini e temi che il tuo stesso benessere ne venga sconvolto, è più difficile mantenere saldi i principi. È più facile manifestare per la pace quando le bombe fischiano lontane e le conseguenze materiali poco ci riguardano.

Tutto questo è certamente umano e comprensibile; sono consapevole dello smarrimento in cui si può cadere quando la minaccia si avvicina ed è la nostra stessa esistenza ad essere in pericolo. Però non credo che si possa essere pacifisti solo quando la guerra non ci minaccia da presso e diventare guerrafondai quando temiamo che la nostra comoda vita possa essere sconvolta. Se si è sviluppata la convinzione che le armi non sono mai il giusto mezzo per risolvere i conflitti e che la guerra debba, in definitiva, essere abolita, è necessario restare sempre coerenti con questa risoluzione.

È evidente, del resto, che l’adesione di un piccolo movimento pacifista alle politiche che paventano la guerra nel prossimo futuro e perciò impongono il riarmo, non giova a nessuno. Nel nostro intimo possiamo anche sentirci rassicurati dal fatto che il nostro paese si stia preparando a fronteggiare una possibile, futura invasione; ma il compito dei pacifisti resta quello di fare tutto il possibile per scongiurare le guerre del futuro, costruendo i ponti che altri vorrebbero distruggere. È proprio quando il conflitto si fa imminente che occorre moltiplicare gli sforzi per la pace perché dopo, una volta che i conflitti sono scoppiati, fermarli diviene quasi impossibile.

Sono convinto che Il compito di coloro che credono nella pace resti lo stesso che si assunse il Servizio Civile Internazionale durante la guerra fredda: costruire legami, stimolare l’incontro e il dialogo fra i popoli, spezzare l’immagine del nemico.

Per questo ancora oggi mi commuove vedere quei giovani tedeschi che partono, zaino in spalla, per andare a fare volontariato a Marzabotto o a Sant’Anna di Stazzema e, così facendo, si assumono il compito di evitare che i crimini commessi dai loro antenati possano ripetersi e, allo stesso tempo, impediscono che si perpetui l’odio verso il loro popolo, che le popolazioni colpite dagli eccidi hanno conservato a lungo nel cuore. Il mondo non ha davvero bisogno di pacifisti armati. Di gente convinta che con le armi si possa vivere in pace ce n’è già troppa e la storia insegna che ad armarsi fino ai denti si finisce solo per fare la guerra.

stravagario.aladino@gmail.com