WASHINGTON – La Corte ha autorizzato l’amministrazione del presidente Donald Trump a riprendere le deportazioni di migranti in Paesi diversi da quelli d’origine, sospendendo una decisione giudiziaria che aveva dichiarato illegittima la procedura adottata dal Dipartimento della Sicurezza nazionale.

La Corte ha accolto la richiesta d’urgenza del Dipartimento di Giustizia e ha congelato la pronuncia del giudice federale Brian Murphy, secondo il quale la politica delle espulsioni verso cosiddetti Paesi terzi viola le procedure previste dalla normativa sull’immigrazione e le garanzie del giusto processo.

I giudici esamineranno il caso nel merito a dicembre. Nel frattempo, le deportazioni potranno riprendere. I tre giudici progressisti della Corte, che ha una maggioranza conservatrice di sei membri contro tre, si sono opposti alla decisione.

La controversia nasce da un’azione collettiva promossa da organizzazioni per i diritti degli immigrati, secondo cui i migranti dovrebbero ricevere un preavviso e la possibilità di spiegare i rischi di persecuzione o tortura prima di essere trasferiti in un altro Paese.

Più di 25mila persone sarebbero state espulse in 29 Paesi dall’introduzione della misura, con la maggioranza di queste trasferita in Messico.

L’amministrazione ha utilizzato il meccanismo anche per deportazioni verso Sudan del Sud, Uganda, Guinea Equatoriale, Liberia e Repubblica Centro Africana.

James Percival, consigliere generale del Dipartimento della Sicurezza nazionale, ha accolto favorevolmente la decisione, definendola una sconfitta per quelli che ha chiamato “immigrati criminali” e per i sostenitori delle frontiere aperte.

Di segno opposto la reazione dei difensori legali dei ricorrenti. Trina Realmuto, della National Immigration Litigation Alliance, ha sostenuto che il provvedimento consente di trasferire persone verso Paesi nei quali potrebbero subire persecuzioni o torture prima ancora di poter formulare un’obiezione.

Murphy aveva stabilito a febbraio che la politica violava il Quinto emendamento, che tutela il diritto a ricevere un’adeguata comunicazione e la possibilità di essere ascoltati prima di determinate decisioni sfavorevoli.

Il Dipartimento di Giustizia sostiene invece che le deportazioni nei Paesi terzi siano uno strumento essenziale per allontanare persone che non possono essere rimpatriate nelle destinazioni indicate nei loro ordini di espulsione.

Secondo i ricorrenti, tuttavia, il sistema avrebbe coinvolto anche migranti già protetti dal ritorno nei Paesi d’origine e avrebbe portato in alcuni casi a successivi trasferimenti verso luoghi dai quali gli Stati Uniti avevano in precedenza riconosciuto la necessità di proteggerli.