Tutta colpa di Anthony Albanese e del suo budget. Risposta decisamente sbagliata quella del leader dell’opposizione Angus Taylor che o non ha capito interamente la situazione, e sarebbe drammatico, o cerca di arrampicarsi sugli specchi perché, invece, ha capito benissimo quello che sta succedendo: sa che il problema è in buona parte suo e non sa come risolverlo.
Attribuire l’ascesa di One Nation a quello che ha fatto e quello che farà, in base alle riforme annunciate, al governo Albanese, è illogico e mostra il livello di disperazione del leader liberale che, solo pochi mesi fa, subito dopo il defenestramento di Sussan Ley, aveva inquadrato con chiarezza la situazione del suo partito: “Sta a noi riconquistare la fiducia degli elettori e la scelta è semplice… cambiare o morire, e io scelgo il cambiamento”. Fotografia perfetta, peccato che da quel 13 febbraio la missione che gli è stata affidata non sia mai partita.
È cambiato ben poco, infatti, in termini di idee e programmi, se non gonfiare il petto, senza scendere in particolari, sull’immigrazione - attingendo più o meno dallo stesso pozzo delle soluzioni senza troppi fronzoli di One Nation - e il proporre effettivamente qualcosa di diverso - senza però poi spiegare e promuovere - nella risposta al budget sulla tassazione dei redditi.
Budget disperato quello di Chalmers, continua a dire Taylor, ma nessun affondo, dando l’impressione di non avere alcuna reale risposta se non quella di lasciare tutto come sta per ciò che riguarda i due temi portanti della manovra: le modifiche all’imposta sugli utili di capitale e il giro di vite, più che una completa abolizione, del ‘negative gearing’. Nulla è cambiato da metà febbraio anche nei sondaggi: quel 18% di consensi virtuali che ha portato al famoso “dovuto cambiamento” sono rimasti esattamente gli stessi nell’ultimo rilevamento Newspoll di lunedì scorso.
Ma se il budget e l’operato del governo sono così catastrofici, come mai è solo One Nation a beneficiare da questa sempre più diffusa insofferenza degli australiani? “Le cose stanno andando talmente male per il Paese - ha detto Taylor - che gli elettori stanno roteando la clava del disgusto”. Peccato però, almeno per il capo dell’opposizione, che lo stiano facendo andando a colpire soprattutto la Coalizione.
Forse proprio per questo il suo partito, che non sa come uscire dalle sabbie mobili in cui è lentamente slittato e nelle quali sta rapidamente affondando, ha risposto positivamente all’opportunità di ricominciare dall’alto, affidando la presidenza del partito stesso a Tony Abbott. L’ex primo ministro non ha aspettato un attimo per mostrare di non avere alcuna intenzione di ricoprire il ruolo nel modo tradizionale, del lavoro da svolgere dietro le quinte. Presidente d’azione, quindi, che ha indicato, da subito, e molto più chiaramente di quanto abbia fatto Taylor in quattro mesi, quali sono i problemi da affrontare in un Paese sempre più diviso e confuso e, soprattutto, quali sono i problemi di maggiore rilevanza che il partito deve affrontare e risolvere. Così lunedì, invece di unirsi alle riflessioni sulla causa della popolarità di One Nation in qualche modo legata ad Albanese, ha deciso di rivolgersi direttamente a ogni singolo iscritto al partito, via email: “Come voi, so leggere i sondaggi”, ha scritto Abbott. “Sebbene la maggioranza degli australiani oggi desideri un cambiamento di governo, c’è una divisione senza precedenti su quale sia l’alternativa migliore. E mentre molti di voi hanno notato la determinazione di Angus Taylor nel cercare di fermare tasse dannose, di porre fine all’immigrazione di massa, abolire lo zero netto delle emissioni e mettere l’Australia sempre al primo posto, alcuni rimangono scettici riguardo alla reale portata del cambiamento di rotta del partito o alla sua volontà di agire concretamente su questi temi una volta al governo.”
“Se da un lato spetta al gruppo parlamentare definire e attuare le politiche e fornire una leadership forte - ha continuato Abbott -, potete essere certi che il nuovo esecutivo federale sosterrà Angus e la sua squadra affinché continuino a essere coraggiosi e determinati. Di certo non vinceremo le prossime elezioni rimanendo schiavi dei ‘focus group’ e limitandoci a essere un po’ meno ‘woke’ dei laburisti”.
“Per quanto mi riguarda, desidero organizzare una serie di incontri in tutto il Paese per dare ai membri e ai sostenitori del Partito liberale l’opportunità di riunirsi, imparare gli uni dagli altri e rinnovare il proprio impegno nel garantire al nostro Paese il governo migliore che un grande popolo merita”.
Abbott che indica la strada da percorrere potrà anche essere una mossa positiva per serrare le fila all’interno del partito e convincere i già convinti che si può ripartire, ma all’esterno non fa altro che sottolineare il tempo perso da Taylor e la ‘debolezza’ dello stesso leader che, dal “cambiamento per non scomparire” dello scorso febbraio, ha aspettato fino al discorso di replica al budget per offrire qualche idea nuova (in campo fiscale) per distinguersi nettamente dai laburisti. Idea nuova che, comunque, non ha saputo finora minimamente promuovere, con i meriti di affrontare il cosiddetto bracket creep (l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione e alla progressività delle aliquote) e ridurre l’imposta sul reddito che sono così rimasti abbandonati in sala progettazione.
Con Taylor fermo al palo, è Abbott che si impegna di girare in lungo e in largo il Paese per parlare con gli australiani, aprendo fra l’altro alla possibilità di iniziare un dialogo ‘elettorale’ con One Nation in stile laburisti-verdi (servizio a pag. 14). “Come regola generale, è perfettamente logico che i partiti di destra possano scambiarsi i voti preferenziali, come i partiti di sinistra hanno sempre fatto”, ha affermato il presidente liberale. E il leader dell’opposizione annuisce legittimando lo slogan già coniato da Albanese del “Liberal One National Party”. “Una nuova Coalizione allargata perché i tre partiti che la compongono non si differenziano l’uno dall’altro”, ha detto il primo ministro che ha ricordato che mentre Taylor, di fatto, sostiene Hanson, a suo tempo John Howard, proprio per evidenziare le differenze, aveva fatto esattamente l’opposto, mettendo One Nation all’ultimo posto sulle preferenze di voto dei liberali.
“Angus Taylor e la Coalizione, come del resto One Nation, sono campioni nelle lamentale e nelle accuse. Sono focalizzati solo sul negativo, ma non offrono alcuna reale soluzione ai problemi del Paese. Al massimo propongono non precisati tagli che non risolvono nulla e garantiscono invece di rendere la vita degli australiani ancora più dura”, ha detto ancora Albanese.
One Nation è il solo partito che ha aumentato il suo consenso dalle ultime elezioni. I laburisti hanno perso circa 644.000 voti (virtuali) scendendo a 4,7 milioni di consensi diretti; i verdi sono a quota 1,73 milioni con una perdita di circa 163.000 voti, mentre il seguito della Coalizione è calato di 755.000 unità e, se si andasse ora alle urne, raccoglierebbe solo 1,57 milioni di voti. In base alle attuali indicazioni di voto, invece, One Nation, considerando l’aumento del numero dei votanti previsto per il 2028, supererà la barriera dei cinque milioni di voti.
Mancano comunque poco meno di due anni a una vera resa dei conti; quindi, c’è tutto il tempo per correzioni di rotta, ridimensionamenti di aspettative ed entusiasmi, recuperi di credibilità e seguito. Gli strateghi laburisti, pur non sottovalutando la realtà Hanson, sono ancora dell’opinione espressa da un veterano dei duelli con One Nation, il rappresentante del seggio di Blair (Qld), Shayne Neumann, che si è dichiarato convinto che, mano a mano che ci avvicineremo alle elezioni e, soprattutto, mano a mano che gli elettori cominceranno a interessarsi dei contenuti dei programmi, ci si renderà conto che One Nation “non può essere considerato un partito serio” in quanto offre solo “soluzioni semplicistiche” che, se messe in pratica, “manderebbero l’Australia in bancarotta”.
“La gente alla fine capisce che è facile criticare con zero responsabilità”. E in casa laburista c’è la convinzione che Albanese abbia già trovato l’antidoto per frenare l’ascesa di One Nation con le modifiche apportate in campo fiscale per rallentare gli investimenti e le speculazioni immobiliari, nonostante il rovescio della medaglia delle promesse non mantenute che qualche voto, inevitabilmente, lo faranno perdere.