Quando un leader deve chiedere ai propri colleghi di smetterla di essere autoreferenziali e di mostrarsi disciplinati, significa che il problema è ancora più serio di quello già registrato da tempo nei sondaggi: non è più una questione di comunicazione, ma di credibilità. Una fotografia, quella dei consensi scesi al 17% secondo gli ultimi rilevamenti Newspoll, che inquadra perfettamente la situazione in cui si trova Angus Taylor. Il leader dell’opposizione ha trascorso gran parte dell’ultima riunione del partito, prima del rompete le righe per la lunga pausa invernale dei lavori parlamentari, richiamando i deputati all’unità, invitandoli a parlare con una sola voce e ricordando loro che gli australiani non sono interessati alle guerre intestine.
Un appello comprensibile, ma che arriva dopo settimane di divisioni pubbliche, polemiche interne e messaggi contraddittori che hanno fatto apparire la Coalizione più preoccupata di sopravvivere a sé stessa che a presentare idee e programmi per una reale alternativa di governo. Quel 17% di seguito non rappresenta quindi solo una cattiva notizia statistica, ma è la conferma di una crisi politica che nessuno, all’interno del Partito liberale, sembra avere il coraggio di accettare fino in fondo. Perché il problema non era Sussan Ley e non è ora Angus Taylor. Loro sono solo i volti di una difficile nuova realtà, iniziata già ai tempi di Morrison, ma non sono la causa.
I liberali stanno vivendo ormai da anni una crisi di identità che continua ostinatamente a essere scambiata per un problema di immagine, di marchio da modernizzare e vendere meglio, soprattutto a donne e giovani. Ad ogni sconfitta (prima quella netta di Morrison poi quella ancora più pesante di Peter Dutton – e, a livello statale, nel Victoria, nel New South Wales e più recentemente nel Western Australia e nel South Australia) si apre la stessa discussione: cambiare leader, cambiare slogan, cambiare comunicazione. Come se la soluzione fosse rifare il ‘packaging’ di un prodotto che gli elettori ormai non comprano più.
L’ultima proposta arriva dalla deputata Melissa McIntosh, convinta che il Partito liberale abbia bisogno di un “rebranding”. L’idea è stata accolta con scetticismo da molti colleghi (primo fra tutti il presidente del partito, Tony Abbott), quasi fosse un esercizio da consulenti pubblicitari. Eppure McIntosh, probabilmente senza volerlo, ha individuato il vero nodo della questione.
Il marchio liberale non convince più perché non è più chiaro cosa rappresenti.
Un tempo il partito incarnava il pragmatismo economico, il sostegno alle imprese, la responsabilità fiscale e un conservatorismo moderato capace di parlare tanto all’elettorato delle città quanto a quello delle aree rurali. Oggi, invece, appare inadeguato per tutti: non ha punti di riferimento e sembra non saper scegliere tra una linea più conservatrice e una più ‘centrista’, che per anni era stata quella che aveva caratterizzato il partito stesso. Una ‘non strategia’ che, inevitabilmente, produce un solo risultato: una perdita di consensi a larghissimo raggio, offrendo spazi extra da riempire a destra (One Nation) e a sinistra (verdi e indipendenti, specie nelle aree metropolitane, dove i seggi liberali stanno diventando sempre più rari).
Indecisioni e mancanza di una linea politica ben precisa non aiutano nessuno. Il caso One Nation è emblematico. Prima il ministro ombra per la Pubblica amministrazione (e primo consigliere di Taylor) Tony Pasin suggerisce una sorta di collaborazione strategica per evitare di disperdere il voto conservatore. Poi arriva la retromarcia, spiegando di essere stato frainteso. Infine il leader dei nazionali, Matt Canavan interviene, confondendo un po’ tutti coloro che ancora cercano di seguire la Coalizione, sostenendo l’idea di lavorare insieme contro i laburisti.
Il risultato? Nessuno capisce quale sia davvero la posizione ufficiale di un’alleanza con seri problemi di comunicazione interna. E Taylor, in tutto questo, evita prudentemente di sbilanciarsi, mettendo in evidenza i tormenti di un partito timoroso e confuso. La difficoltà messa in mostra dallo stesso leader dell’opposizione nel rispondere con chiarezza a una semplice domanda sul multiculturalismo è stata l’ennesima dimostrazione di una profonda crisi esistenziale di una forza politica alle prese con un problema di identità. In un Paese costruito sull’immigrazione e sulla convivenza tra comunità provenienti da ogni parte del mondo, esitazioni come quelle incredibilmente esibite da Taylor non vengono interpretate come prudenza politica, ma come una lampante ambiguità che fa ulteriormente perdere punti-credibilità.
Il leader liberale continua a ripetere che gli australiani sono arrabbiati con il governo perché il costo della vita continua a mordere e i provvedimenti annunciati nell’ultimo budget, nel tentativo di risolvere la crisi immobiliare all’insegna dell’equità intergenerazionale, continuano a far discutere, con varie interpretazioni delle conseguenze, ancora incerte, sia in positivo che in negativo. Australiani delusi e arrabbiati, ma nessun credito automatico da incassare da un’opposizione che sembra incapace di decidere quale sia esattamente il proprio progetto politico.
Un’opposizione che discute di sondaggi, di leadership, di marchio da rinnovare, di preferenze sulle schede elettorali del 2028, di valori da inserire sulla strada della cittadinanza, di multiculturalismo e integrazione, ma ben poco di case, salari, produttività, energia, intelligenza artificiale, sicurezza nazionale o del ruolo dell’Australia negli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico.
Taylor chiede disciplina, e ci sta: evitare divisioni e parlare con una sola voce è la linea da seguire, ma bisognerebbe avere qualcosa da dire, altrimenti quella voce gli elettori continueranno a ignorarla. La verità è che la Coalizione (perché il discorso dell’indifferenza riguarda anche i nazionali, ancora meno presenti sulla scena da quando c’è Canavan al timone) non ha ancora elaborato il trauma delle ultime sconfitte.
Ha perso le grandi città. Ha perso i giovani. Ha perso una parte significativa dell’elettorato moderato. E invece di chiedersi perché, continua a cercare scorciatoie e giustificazioni: il populismo di Pauline Hanson; le campagne quasi monotematiche, ma di gran moda (clima e genere), delle indipendenti teal; l’impopolarità di Dutton; i divorzi forzati dall’incompatibilità Ley-Littleproud; le presunte opportunistiche scelte nel campo dell’immigrazione di Tony Burke.
La tentazione di inseguire One Nation nasce proprio da questa incapacità di fare i conti con la realtà. Recuperare qualche voto alla propria destra può forse aiutare in alcuni collegi periferici o rurali, ma rischia di alienare definitivamente quegli elettori urbani, professionisti e moderati che un tempo costituivano la spina dorsale del Partito liberale. Ogni passo verso le risposte in bianco e nero che rendono al massimo solo nella politica affidata ai ‘social’, allontana il centro. Dall’altra parte di un equilibrio interno altamente instabile c’è però l’altra verità che ogni tentativo di recuperare il centro irrita la base più conservatrice di un partito che, per uscire dal tunnel dell’indifferenza che ha imboccato, ha una sola strada: quella di chiarire, trovando il giusto coraggio, quale identità intende assumere, abbandonando le oscillazioni dettate dai sondaggi.
Invocare unità è necessario, ma è la parte più facile della leadership. è il presupposto base, ma poi bisogna metterci visione e convinzioni, da portare avanti facendo capire agli elettori che un’idea di alternativa c’è. L’importante è offrire una direzione da seguire. Per questo Taylor ha assegnato ai colleghi i ‘compiti a casa’ da svolgere durante la pausa parlamentare delle prossime cinque settimane: sette pagine di punti di discussione con il pubblico per garantire che la formazione ombra mantenga un messaggio coerente, evitando quanto più possibile di fare riferimenti a One Nation. I temi da trattare, secondo il vademecum distribuito da Taylor per ‘mantenere la rotta’ (forse avrebbe fatto meglio parlare di ‘invertire la rotta’): le tasse (e il piano d’alternativa, di cui ben poco si parla, fornito in occasione della replica al budget); gli incentivi che non sembrano funzionare per l’acquisto della prima casa; le promesse non mantenute da Albanese per ciò che riguarda ‘negative gearing’ e imposta sugli utili di capitale; i sondaggi che si possono cambiare mettendo in evidenza i rischi rappresentati sia dal laburismo che dal populismo.
I compiti a casa servono, basta che tutti siano propensi a svolgerli, altrimenti al ritorno ‘in classe’ si ricomincerà a parlare di sondaggi, di leadership, di immagine da cambiare, di voti preferenziali, di mono e multi-culturalismo e la deriva continuerà, con la spiacevole conferma che la Coalizione non ha interamente compreso cosa stia realmente spingendo gli elettori verso One Nation.