Gli ultimi due mesi hanno messo l’Australia davanti a una scomoda realtà, che comporterà qualche scelta non proprio in linea con l’ambizione dichiarata di guidare la transizione globale verso un futuro senza combustibili fossili. La guerra in Iran, con tutte le conseguenze del caso per ciò che riguarda il controllo dello Stretto di Hormuz, ha imposto una brusca presa di coscienza su quanto l’economia australiana dipenda ancora - in modo strutturale - dal petrolio.

La fotografia apparsa sui maggiori quotidiani del primo ministro Anthony Albanese e del ministro dell’Energia Chris Bowen davanti a una delle due ultime raffinerie rimaste nel Paese (quella del Queensland) non è solo simbolica: è la perfetta rappresentazione di una politica energetica che oscilla tra aspirazione e necessità, tra visione e vulnerabilità.

Solo pochi mesi fa, durante la conferenza sul clima delle Nazioni Unite in Brasile, l’Australia si faceva promotrice di un’accelerazione verso l’eliminazione dei combustibili fossili. Oggi, mentre un nuovo vertice si tiene in Colombia, il governo australiano è impegnato in una corsa contro il tempo per garantire approvvigionamenti sufficienti di benzina, diesel e carburante per l’aviazione. E non si tratta di un cambio di priorità, ma di un semplice ritorno alla realtà.

La crisi in Medio Oriente e le restrizioni allo Stretto di Hormuz (l’arma di offesa e difesa in più scoperta da Teheran) hanno messo a nudo la fragilità del sistema australiano. Oggi, solo una frazione delle petroliere riesce a transitare, con effetti a catena sulle raffinerie asiatiche da cui l’Australia importa gran parte dei suoi carburanti. Questo shock esterno ha fatto emergere una verità che per anni è stata ignorata o minimizzata: il Paese ha progressivamente smantellato la propria capacità di raffinazione (negli ultimi tredici anni sono state chiuse le raffinerie di Kwinana, Altona, Bulwer Island, Kurnell e Clyde; nel 2003 quella di Port Stanvac ad Adelaide) e ridotto drasticamente la produzione interna, senza costruire alternative credibili nel breve periodo.

Qualcuno di tanto in tanto aveva cercato di mettere in guardia su questo non tanto graduale abbandono di autosufficienza, sia per ciò che riguarda una produzione scesa a meno del 20% del proprio fabbisogno, sia sulle riserve e il mancato rispetto delle raccomandazioni dell’International Energy Agency, che prevedono scorte minime pari a 90 giorni. Avvisi inascoltati con scelte economiche e politiche che hanno privilegiato l’efficienza ‘immediata’, o quasi, rispetto alla resilienza a lungo termine. Le raffinerie australiane, spesso datate e di scala ridotta, non erano più competitive rispetto ai grandi impianti asiatici e il continuo inasprimento degli standard ambientali avrebbe richiesto investimenti miliardari, difficilmente giustificabili da aziende private senza il ricorso ad aiuti governativi. Meno impianti e meno produzione di greggio locale anche a causa di un quadro regolatorio poco favorevole a sostenere questo tipo di attività in netto contrasto con il desiderio di diventare una nazione-esempio nel campo delle rinnovabili.

Il risultato è stato un inesorabile e non tanto lento declino: da otto raffinerie a due, con una dipendenza crescente dalle importazioni. E solo grazie ad interventi federali, sempre a denti stretti, prima della Coalizione e poi confermati dall’attuale esecutivo, sono stati salvati gli ultimi due impianti a Geelong (Viva Energy) e Brisbane (Ampol Lytton). Ma si è trattato di misure difensive, non di una strategia vera e propria di accettazione di una realtà messa a nudo dalla crisi iraniana.

Ora, sotto la pressione degli eventi nel Golpo Persico, il governo Albanese sembra muoversi in più direzioni contemporaneamente. Da un lato continua a promuovere la transizione energetica e l’espansione delle rinnovabili; dall’altro riconosce, implicitamente, che l’elettrificazione non è una soluzione immediata né totale. Il gas viene rivalutato come fonte “di transizione”, mentre si cercano forniture alternative di petrolio allentando addirittura, a dimostrazione che l’emergenza c’è e preoccupa, alcuni standard ambientali sui carburanti acquistati ‘a qualsiasi prezzo’, con sovvenzioni garantite da Canberra.

Crisi, critiche, resistenza militante di Bowen, e l’opposizione vede uno spiraglio in cui infilarsi. Guarda caso è proprio l’ex ministro dell’Energia, quello che ha accompagnato alcune chiusure delle raffinerie, a chiedere un’inversione di marcia. Angus Taylor, ora alla guida della Coalizione, ha infatti proposto un piano da 800 milioni di dollari per aumentare le riserve nazionali fino a 60 giorni entro il 2030, introducendo un costo aggiuntivo di un centesimo al litro per i consumatori. Secondo il leader dei nazionali, Matt Canavan, si tratterebbe di una specie di costo “assicurativo” accettabile per garantire la sicurezza energetica. Il piano include anche incentivi per la costruzione di nuove infrastrutture di stoccaggio e, potenzialmente, il sostegno a nuovi impianti.

Una proposta, quella di Taylor, che ha però subito aperto un dibattito sull’equità del provvedimento: trasferire buona parte del finanziamento richiesto (il centesimo al litro, tra l’altro, secondo i calcoli del governo, non basta) sui consumatori andrà, infatti, a colpire, inevitabilmente, maggiormente le famiglie a basso reddito e le aree regionali, fortemente dipendenti dal diesel. Ma il punto più rilevante è un altro: aumentare le scorte è una misura necessaria, ma non sufficiente. Le riserve possono tamponare uno shock temporaneo, non risolvere una dipendenza strutturale. Senza una strategia che includa produzione interna, capacità di raffinazione e diversificazione delle fonti, l’Australia continuerà a essere esposta a crisi esterne.

In questo contesto, torna ciclicamente l’idea di costruire una nuova raffineria, ad esempio a Gladstone, nel Queensland. Il progetto - dal costo stimato tra i 10 e i 12 miliardi di dollari - avrebbe una logica industriale: vicinanza a porti e grandi impianti, possibilità di utilizzare sia greggio locale (se nuove esplorazioni, come nel bacino di Taroom, si rivelassero fruttuose) sia importato. Tuttavia, si scontra con ostacoli significativi: tempi lunghi, costi elevati, incertezza sulla domanda futura in un mondo che punta alla decarbonizzazione. Ed è proprio quest’ultimo  il vero nodo politico: è sensato investire massicciamente in infrastrutture fossili in un momento in cui si cerca di abbandonarle? La risposta non può essere ideologica. La transizione energetica non è un interruttore che si può spegnere e accendere a piacimento; è un processo complesso, che richiede tempo, investimenti e, soprattutto, gestione dei rischi.

Ignorare la sicurezza energetica in nome della decarbonizzazione è irresponsabile, ma altrettanto irresponsabile sarebbe andare a rimescolare le carte oltre lo stretto necessario per ciò che riguarda il progetto delle rinnovabili. La vera sfida è trovare un giusto equilibrio. Questo significa, da un lato, rafforzare la resilienza del sistema nel breve termine - aumentando le scorte, diversificando le forniture, mantenendo operative e potenziandole quanto necessario le infrastrutture esistenti - e, dall’altro, accelerare in modo credibile lo sviluppo di alternative: elettrificazione, idrogeno (il progetto Snowy Hydro 2.0 proprio in questi giorni è al centro delle polemiche per i ritardi di completamento dei lavori e i costi 20 volte superiori ai previsti 2 miliardi che erano stati annunciati nel 2017 dall’allora primo ministro Malcolm Turnbull), biocarburanti, efficienza energetica.

Significa anche affrontare questioni strutturali troppo a lungo rimandate: la lentezza dei processi autorizzativi, le incertezze regolatorie, la mancanza di una visione integrata tra politica industriale ed energetica. Senza questi elementi, ogni crisi rischia di essere gestita in modo reattivo, con soluzioni emergenziali che non fanno che rinviare un problema.

Da non sottovalutare anche la dimensione geopolitica della crisi attuale e di quelle da evitare. In un mondo sempre più frammentato, la sicurezza energetica è anche una questione di politica estera: le missioni in questi giorni di Penny Wong  in Giappone, Cina e Corea del Sud riflettono la necessità di coordinarsi con partner regionali per garantire forniture stabili. Ma questa cooperazione ha limiti evidenti, soprattutto quando le stesse rotte di approvvigionamento sono vulnerabili a conflitti e tensioni.

La crisi scatenata da Trump, quindi, è diventata di primissimo piano anche in vista del budget: impossibile ignorare il campanello d’allarme che impone una revisione di scelte e omissioni che sarebbe pericoloso non riconoscere. La sicurezza energetica, la resilienza delle infrastrutture, la gestione della transizione sono temi su cui si gioca il futuro del Paese. E hanno effetti diretti sulla vita di ogni cittadino e di ogni impresa (di ieri i dati su un’inflazione ritornata ai livelli dell’immediato post-Covid del 4,6%): impossibile non tenerne conto. Prima di Jim Chalmers lo farà Michele Bullock nella riunione della prossima settimana della Reserve Bank.