WASHINGTON - Il dialogo diplomatico tra Stati Uniti e Iran rischia di arenarsi, spingendo la tensione politica a livelli di massima allerta. Il presidente statunitense Donald Trump ha convocato d’urgenza una riunione di governo direttamente alla Casa Bianca, annullando il vertice inizialmente programmato nella più isolata cornice di Camp David.
Secondo quanto rivelato da fonti dell’amministrazione all’agenzia Afp, il summit si terrà in un momento in cui le trattative bilaterali per porre fine alle ostilità hanno registrato una brusca battuta d’arresto, appesantite sia dal dossier mediorientale sia da urgenti valutazioni di carattere economico e commerciale.
A pesare sul tavolo dei ministri è soprattutto lo scontro incrociato di accuse dopo i recenti raid del Comando Centrale statunitense (Centcom) nel sud dell’Iran, derubricati da Washington come “attacchi di autodifesa” contro rampe missilistiche e navi posamine, ma condannati con durezza da Teheran.
Il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica ha infatti accusato ufficialmente gli Stati Uniti di aver violato il cessate il fuoco, denunciando “atti aggressivi” nella regione strategica di Hormozgan, nei pressi del porto di Bandar Abbas. In una nota ufficiale diffusa dall’emittente statale Irib, il governo iraniano ha definito le operazioni del Pentagono come azioni illegali compiute da un “esercito terroristico”, avvertendo che Teheran non lascerà impunito alcun atto ostile e non esiterà a difendere i propri confini.
Sul fronte Usa si registra invece il temporaneo silenzio di Trump, il quale, di fronte a scaramucce analoghe avvenute all’inizio di maggio, aveva preferito minimizzare l’accaduto per non compromettere del tutto la linea diplomatica.
I nodi principali che bloccano la firma del memorandum d’intesa preliminare restano la gestione del programma nucleare e lo sblocco dei capitali congelati. Trump esige lo smantellamento o la consegna agli Stati Uniti dei 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% attualmente in possesso di Teheran. Di contro, l’Iran subordina l’accordo alla restituzione immediata di 24 miliardi di dollari bloccati nelle banche estere.
Secondo fonti di stampa internazionali come Tasnim e la Cnn, l’amministrazione statunitensi sarebbe disposta a sbloccare la prima metà della cifra solo al momento dell’annuncio ufficiale dell’intesa, ponendo però come condizione imprescindibile e preliminare la totale riapertura e messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. Proprio per garantire la libera navigazione nel canale, il Pentagono ha accelerato le operazioni militari del “Project Freedom”. La Marina statunitense ha avviato un servizio di scorta armata per i mercantili in transito, guidando con successo una superpetroliera greca carica di due milioni di barili di greggio e pianificando il passaggio protetto di un’altra decina di navi cargo nei prossimi giorni.
A rendere l’equilibrio regionale ancora più precario si aggiunge l’improvvisa accelerazione dell’offensiva israeliana in Libano. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, durante la riunione del gabinetto di sicurezza, ha confermato di aver ordinato, d’intesa con il ministro della Difesa Israel Katz, un netto intensificamento delle operazioni di terra e dei bombardamenti, che secondo il governo di Beirut hanno già causato 34 morti, tra cui quattro bambini. Le forze israeliane stanno penetrando nel settore meridionale per fortificare la “zona di sicurezza” e contrastare la minaccia dei droni esplosivi.
La portata dell’attacco è stata al centro di un teso colloquio telefonico tra Netanyahu e Trump: la Casa Bianca avrebbe posto un veto tassativo su eventuali raid aerei massicci contro il centro di Beirut, nel timore che la distruzione della capitale libanese possa far saltare definitivamente i già fragili canali negoziali aperti con l’Iran.
Sullo sfondo, la pressione militare israeliana ha registrato un successo strategico anche nella striscia di Gaza: fonti di intelligence citate dai media israeliani riferiscono infatti dell’uccisione a Gaza City di Mohammed Deif, lo storico e primario capo dell’ala militare di Hamas, sebbene si attenda ancora la validazione formale del decesso.