PECHINO - Donald Trump è arrivato nella capitale cinese per una visita ad alto valore politico, economico e simbolico.
È il primo viaggio di un presidente americano in Cina dal 2017, quando lo stesso Trump fu accolto da Xi Jinping in un clima molto diverso: allora Beijing cercava di impressionare Washington con cerimonie, promesse di acquisti e segnali di deferenza strategica.
Questa volta, invece, la ricezione cinese racconta un equilibrio più freddo e più maturo. Xi non deve più dimostrare di guidare una potenza emergente. È Trump ad arrivare riconoscendo, nei fatti, il peso della Cina come interlocutore indispensabile.
Il presidente americano entra nei colloqui con obiettivi ampi: consolidare la fragile tregua commerciale, ottenere aperture per le imprese statunitensi, discutere di intelligenza artificiale, gestire il dossier Taiwan e cercare un aiuto cinese sulla guerra in Iran. Ma arriva anche indebolito. Il conflitto contro Teheran ha colpito la sua popolarità, spinto l’inflazione interna e complicato il quadro politico in vista delle elezioni di medio termine. Le Corti americane hanno inoltre limitato la sua capacità di usare liberamente i dazi come arma negoziale.
Ad accompagnarlo c’è una delegazione di peso, con dirigenti come Elon Musk e Jensen Huang di Nvidia. La presenza dei CEO serve a trasformare il viaggio in una prova di diplomazia economica: carne bovina, soia, Boeing, energia, semiconduttori e investimenti sono al centro della partita. Washington vuole ridurre il deficit commerciale vendendo più aerei, prodotti agricoli ed energia alla Cina. Beijing punta invece ad allentare i controlli americani su macchinari per chip e semiconduttori avanzati.
La cornice scelta dalla Cina è solenne. Trump e Xi parleranno nella Grande Sala del Popolo, visiteranno il Tempio del Cielo, parteciperanno a un banchetto di Stato e proseguiranno con tè e pranzo nella giornata di oggi. È un’accoglienza formale, ma non necessariamente arrendevole. Il protocollo riconosce l’importanza dell’ospite, senza cancellare il messaggio politico: la Cina si presenta come potenza alla pari, non come Paese in cerca di approvazione.
Il commercio resta il terreno più concreto. La tregua raggiunta a ottobre ha sospeso dazi a tre cifre sui beni cinesi e ha portato Xi ad allentare la stretta sulle terre rare, decisive per auto elettriche, tecnologie avanzate e armamenti. Entrambe le parti hanno interesse a evitare una nuova escalation. Ma nessuna vuole apparire debole.
Sul piano geopolitico, Trump dovrebbe chiedere a Xi di fare pressione sull’Iran per arrivare a un accordo con Washington. Gli analisti dubitano però che Beijing voglia esericitare eccessivamente le leve su Teheran, ritenuta un contrappeso strategico agli Stati Uniti. Per Xi, il tema prioritario sarà invece Taiwan. La Cina si oppone con fermezza alla vendita di armi americane all’isola, mentre resta incerto il destino di un pacchetto da 14 miliardi di dollari in attesa dell’approvazione di Trump.
Le formule che circolano attorno al vertice riassumono bene le ambizioni. Per Washington, le “cinque B”: beef, beans, Boeing, Board on Investments e Board of Trade. Per Beijing, le priorità restano commercio, tecnologia, Taiwan e riconoscimento del proprio ruolo globale.
Dietro cerimonie e banchetti, il punto centrale è questo: Trump è arrivato in Cina non solo per chiedere concessioni, ma per misurare quanto spazio gli resta in un rapporto che non domina più.