NEW YORK - L’assenza di riferimenti alla Corea del Nord nel lungo discorso pronunciato da Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite non è passata inosservata. Per un presidente che durante il primo mandato trasformò il dossier nordcoreano nel fulcro della sua diplomazia personale, incontrando tre volte Kim Jong Un, il silenzio dal podio del Palazzo di Vetro appare significativo.  

Tuttavia, la mancanza di menzioni pubbliche a New York non equivale a un accantonamento del dossier: nelle ultime settimane il tycoon ha moltiplicato i segnali di apertura verso Pyongyang, pur mantenendo contorni incerti sull’intesa da perseguire con un Paese dal potenziale atomico nel frattempo fortemente ampliato. 

Formale e immutata resta la linea ufficiale della Casa Bianca, orientata alla “completa denuclearizzazione” del Paese asiatico. Se a inizio settembre l’amministrazione statunitense ha ribadito che la linea strategica “non è cambiata”, si è al contempo precisata la disponibilità di Trump a un confronto con Kim “senza alcuna precondizione”, opzione che il Dipartimento di Stato non considera una concessione diplomatica. 

Le azioni intraprese da Washington sembrano confermare questa propensione al dialogo. Ad agosto il presidente statunitense ha disposto un ridimensionamento “sostanzioso” delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, considerate onerose e d’impatto “ostile” nei confronti di Pyongyang. La manovra Ulchi Freedom Shield è stata così ridotta da undici a cinque giorni, riducendo o cancellando diverse attività sul campo. Pochi giorni dopo, Trump ha manifestato l’aspettativa di tenere un nuovo summit con Kim entro la fine dell’anno, richiamando il “rapporto molto buono” intessuto con il leader nordcoreano. 

Resta tuttavia un punto non chiarito nella politica estera della seconda amministrazione Trump: non è stato esplicitato se l’eliminazione dell’arsenale atomico debba rappresentare il prerequisito immediato o un traguardo di lungo termine. Se a Singapore nel 2018 i due leader siglarono un documento d’impegno per la “completa denuclearizzazione della penisola coreana”, il vertice di Hanoi nel febbraio 2019 si chiuse senza intese a causa dei nodi legati all’alleggerimento delle sanzioni, mentre il successivo incontro a Panmunjom nel giugno dello stesso anno non bastò a riattivare stabilmente il processo negoziale. 

Tra i principali sostenitori della riapertura delle trattative figura il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, definitosi “pacemaker” dell’asse tra Washington e Pyongyang. Nel suo intervento all’Onu, Lee ha sollecitato la ripresa “senza indugio” del dialogo statunitense-nordcoreano, indicando quale tappa successiva l’avvio di un tavolo di negoziati per sancire formalmente la fine della guerra di Corea e definire un quadro di pace duraturo. “Fortunatamente, la determinazione del presidente Trump ha creato recentemente un’opportunità di cambiamento conquistata a fatica”, ha dichiarato il leader di Seul. 

Lee propone una revisione nella sequenza delle trattative: anziché pretendere la consegna immediata degli armamenti atomici da parte di Pyongyang, l’approccio dovrebbe prevedere dapprima il blocco dell’espansione dell’arsenale, successivamente la sua riduzione e solo al termine la completa denuclearizzazione. In un’intervista al New York Times, il presidente sudcoreano ha prospettato una modulazione delle sanzioni in cambio del congelamento delle attività nucleari, reputando inefficace l’esigenza di un disarmo immediato. 

La proposta è stata presentata direttamente a Trump nel corso del vertice bilaterale a margine dell’Assemblea Generale. Secondo quanto riferito dal consigliere per la sicurezza nazionale Wi Sung-lac, il presidente Usa ha ribadito l’intenzione di dialogare con la Corea del Nord e le parti hanno concordato di mantenere un coordinamento costante. Sollecitato direttamente da Lee a favorire il rilancio del confronto, Trump ha nuovamente fatto perno sull’intesa personale con Kim. 

Diversa è la postura del Giappone, tesa a evitare che il riavvicinamento diplomatico si traduca in un arretramento sui traguardi finali. La premier Sanae Takaichi, nel suo discorso dinanzi alla platea dell’Onu, ha reclamato la stringente applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e confermato la necessità della “completa denuclearizzazione”, condannando lo sviluppo dei programmi missilistici, le operazioni cibernetiche volte al loro finanziamento e la cooperazione militare con la Russia. 

Takaichi ha tuttavia confermato la volontà di stabilire un contatto diretto con Kim per risolvere in via prioritaria la vertenza dei cittadini giapponesi sequestrati dalla Corea del Nord, definita una questione indifferibile. Dichiaratasi pronta al confronto e ad “azioni concrete” secondo le linee della Dichiarazione di Pyongyang del 2002, la premier aveva già espresso a Trump nello scorso mese di marzo l’intenzione di incontrare il leader nordcoreano, ottenendo rassicurazioni sull’appoggio statunitense. 

A complicare il quadro rispetto alla fase 2018-2019 interviene la postura assunta dalla leadership nordcoreana. Kim Jong Un ha ammesso di conservare un “buon ricordo” di Trump e non ha precluso l’ipotesi di nuovi colloqui, ponendo però quale condizione il superamento di quella che ha definito “l’ossessione” statunitense per il disarmo atomico. La sorella del leader, Kim Yo Jong, ha ribadito il carattere “assoluto” dello status nucleare del Paese, respingendo le richieste internazionali. Da Pyongyang sono giunte inoltre valutazioni riduttive sulle modifiche alle manovre militari congiunte, ritenute insufficienti a mutarne l’impostazione di fondo. 

L’eventuale riapertura del tavolo negoziale parte, dunque, da visioni contrastanti: Washington sostiene ufficialmente il traguardo del disarmo atomico pur preparando il terreno per nuovi contatti; Seul mira a far leva sui rapporti personali per ottenere un blocco delle armi nucleari attraverso fasi graduali; Tokyo esige che non si abbandoni l’obiettivo finale e chiede spazio per la risoluzione dei sequestri; Pyongyang richiede come presupposto il riconoscimento formale del proprio arsenale. Su questo intreccio di posizioni si misurerà la fattibilità di un quarto incontro tra Trump e Kim.