WASHINGTON – Nessuna frenata nella corsa all’intelligenza artificiale. Donald Trump respinge gli appelli a rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati e mette davanti a tutto la competizione con la Cina, convinto che la leadership tecnologica sia una sfida che gli Stati Uniti non possano permettersi di perdere.

“Possiamo introdurre delle misure di salvaguardia, possiamo fare questo e quello, ma credo che ci siano molte forze negative a sollevare la questione, tirando in ballo cose che non accadranno”, ha dichiarato il presidente americano dal suo golf club di Doonbeg, in Irlanda.

Trump ha voluto ridimensionare l’ultimo allarme lanciato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, secondo il quale l’intelligenza artificiale si sta sviluppando a un ritmo “esponenziale” e, senza un rallentamento, nel giro di sei-dodici mesi potrebbe essere in grado di coordinare uno sciame di agenti capaci di prendere il controllo dell’intera rete Internet.

Per il presidente, tuttavia, rallentare significherebbe rischiare di perdere il vantaggio acquisito nei confronti di Pechino. Gli Stati Uniti, ha rivendicato, sono “in vantaggio rispetto alla Cina nell’IA. Siamo il Paese più avanzato al mondo. E francamente, voglio che resti così, perché chi vince la sfida dell’IA, vince tutto”.

Una posizione che si scontra con le crescenti preoccupazioni espresse proprio da alcuni dei protagonisti dell’industria tecnologica americana.

Sabato Amodei aveva affidato al suo blog un appello per “rallentare”, a livello globale, lo sviluppo dei sistemi più avanzati per consentire l’introduzione di maggiori garanzie di sicurezza. “I progressi sembreranno comunque rapidi e dovremo fare un uso saggio del tempo che guadagneremo”, ha scritto. Una proposta che ha trovato il sostegno di Elon Musk, la cui SpaceX controlla xAI, e di Sam Altman di OpenAI.

Altman ha intanto annunciato il rinvio al 2027 della maxi quotazione in Borsa di OpenAI, spiegando che l’azienda intende concentrarsi sulla sicurezza. “Non sarebbe il momento opportuno per quotarsi in Borsa: direi che non avverrà nel 2026”, ha affermato, frenando le speculazioni su un possibile debutto a Wall Street entro la fine dell’anno.

Ad alimentare il dibattito sono state anche le recenti prese di posizione di alcuni ex dipendenti di Anthropic e Google, che hanno messo in guardia sui possibili rischi estremi legati ai sistemi di intelligenza artificiale più avanzati.

La stessa Anthropic ha recentemente dedicato un lungo rapporto ai rischi di un utilizzo improprio dei propri modelli, citando anche tentativi attribuiti all’Iran nel contesto del conflitto con gli Stati Uniti. Tentativi che, secondo l’azienda, sono stati finora bloccati, ma che, secondo Amodei, dimostrano la necessità di rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza.

Il tema è ormai entrato anche nel dibattito politico americano. L’ex presidente Barack Obama ha invitato i candidati alle elezioni di midterm di novembre e quelli che si presenteranno alle presidenziali del 2028 a prestare maggiore attenzione alle conseguenze dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Al Congresso, però, non esiste ancora una linea condivisa. Una parte dei repubblicani concorda con Trump sul rischio che nuove restrizioni possano favorire Pechino.

“Non possiamo imporre una moratoria, perché la Cina ci supererebbe, ed è proprio questa la sfida”, ha dichiarato lo speaker repubblicano della Camera Mike Johnson.

Il problema, ha aggiunto, è trovare un equilibrio “tra la sicurezza nazionale e l’esigenza immediata di garantire che i modelli siano sicuri”.

Johnson ha annunciato l’intenzione di incontrare Amodei, Musk e Altman, ipotizzando anche un confronto alla Casa Bianca.

“Dobbiamo riunire tutti. Ne ho parlato anche con il presidente. Probabilmente dovrebbero essere tutti convocati insieme alla Casa Bianca”, ha spiegato.

Più critica nei confronti dei colossi tecnologici è la posizione di David Sacks, co-presidente del Council of Advisors on Science and Technology della Casa Bianca.

In un lungo intervento su X li ha invitati a dimostrare “con i fatti” la sincerità delle loro preoccupazioni, rallentando volontariamente lo sviluppo dei propri modelli senza chiedere nuove leggi.

Secondo Sacks, infatti, il rischio è che la sicurezza venga utilizzata come argomento per ottenere regole capaci di avvantaggiare le grandi aziende rispetto ai concorrenti.