Trovarsi dall’altra parte del mondo può farci sentire un po’ smarriti. Si perdono i propri punti di riferimento e persino le stagioni sembrano giocare al contrario. Il fuso orario scombussola l’orologio biologico, mentre sapori sconosciuti, talvolta troppo marcati per il nostro palato, finiscono per farci rimpiangere anche le abitudini più semplici. Chi è italiano e vive lontano da casa lo sa bene: prima o poi capita di avvertire quella sottile forma di spaesamento che accompagna la distanza.
Poi, però, basta poco. Un profumo riconoscibile nell’aria, una canzone ascoltata da bambini, il vociare allegro intorno a un tavolo. E magari i colori, i gesti, persino quel modo tutto italiano di stare insieme che non ha bisogno di spiegazioni. All’improvviso qualcosa cambia. La nostalgia lascia spazio a una sensazione diversa: quella di appartenere a una storia che riesce a seguirci anche a migliaia di chilometri di distanza.
È proprio da questa idea che ha preso forma il ‘Villaggio Italiano’, il piccolo angolo di Belpaese ricreato a Perth in occasione de ‘Il Calcio Italiano - Only in Perth’. A pochi passi dall’Optus Stadium, per diversi giorni il verde di Stadium Park si è trasformato in una piazza italiana, tra specialità gastronomiche, prodotti di nicchia, musica, intrattenimento e gli stand delle associazioni che da decenni custodiscono l’identità italiana nel Western Australia.
Una cornice pensata non semplicemente per accompagnare le grandi sfide calcistiche arrivate in città, ma per raccontare ciò che esiste attorno al pallone: una comunità, le sue tradizioni e una storia costruita generazione dopo generazione.
“Da australiano di nascita e italiano di origine, poter mostrare la bellezza della nostra cultura non soltanto al Western Australia, ma al resto del Paese e a chi è arrivato dall’estero, è motivo di enorme orgoglio”, racconta Salvatore Vallelonga, presidente del WA Italian Club. “Gli occhi del mondo sono stati puntati su Perth e vedere la nostra cultura celebrata in questo modo scalda il cuore”.
Dietro l’atmosfera spensierata della festa si nasconde, infatti, una vicenda ben più profonda. Quella di una comunità che oggi può esibire con fierezza le proprie radici, ma che non sempre ha avuto la possibilità di farlo.
Vallelonga torna con la memoria agli anni più difficili dell’immigrazione italiana, quando essere arrivati dall’Italia significava spesso confrontarsi con diffidenza ed emarginazione. Il WA Italian Club nacque anche per offrire un luogo in cui ritrovarsi a persone che, fuori da quelle mura, faticavano perfino a essere accettate nei locali pubblici.
“Per i primi migranti italiani fu molto dura. Erano considerati stranieri, talvolta nemici”, ricorda. Durante e dopo gli anni del conflitto, molti italiani furono internati a causa della loro nazionalità. Eppure, sottolinea Vallelonga, una volta tornati alla propria vita “si rimisero al lavoro. Diventarono resilienti, lottarono per i loro figli e per i nipoti che sarebbero venuti dopo”.
Il contrasto con l’immagine di oggi è potente. Lì dove un tempo l’italianità poteva diventare motivo di esclusione, oggi migliaia di persone si ritrovano per celebrarla apertamente. E lo fanno davanti a uno degli stadi simbolo di Perth, in una manifestazione capace di richiamare visitatori da Sydney, Brisbane, Adelaide, dall’estero e, naturalmente, da tutto il Western Australia.
“Se pensiamo da dove siamo partiti e guardiamo dove siamo oggi, il significato è straordinario – osserva Vallelonga –. Siamo davanti all’Optus Stadium, con un festival italiano e una piazza che sembra davvero una piazza d’Italia. Dove altro, fuori dall’Italia, si può vivere qualcosa del genere?”.
Il Villaggio è stato preparato nell’arco di circa cinque mesi, con un’accelerazione decisiva nelle ultime settimane. La sfida era tutt’altro che banale: trasformare uno spazio all’aperto, sull’erba e accanto a un impianto sportivo, in un luogo che restituisse la familiarità di una festa di paese.
Per riuscirci, gli organizzatori hanno scelto di mettere al centro non soltanto gli operatori commerciali, ma soprattutto le associazioni. “Il Villaggio è nato per portare i club italiani dentro la piazza – spiega Vallelonga –. Volevamo che ci fosse il vero cuore della comunità”.
Una filosofia condivisa dalle diverse realtà coinvolte nell’iniziativa, tra cui anche lo Swan Italian Sporting Club, chiamate a collaborare alla costruzione di un evento organizzato in tempi serrati. Un lavoro reso possibile proprio dalla rete di rapporti sviluppata nel corso degli anni all’interno della collettività italo-australiana.
Del resto, tramandare un’identità significa anche trovare modi nuovi per mantenerla viva. Il WA Italian Club lo fa attraverso iniziative che attingono alle tradizioni nostrane: corsi per preparare biscotti, gare di salsicce artigianali, olive, vino e limoncello fatti in casa. Usanze che potrebbero sembrare piccole, ma che diventano un ponte tra chi è arrivato dall’Italia e chi quell’Italia l’ha conosciuta soprattutto attraverso i racconti di famiglia.
“Oggi vediamo giovani, bambini e persino persone che hanno sposato un italiano partecipare a queste tradizioni – racconta Vallelonga –. Preparano le salsicce, il vino o il limoncello e vengono al Club per condividerli con gli altri. Perché la nostra cultura è questo: stare insieme”.
È proprio questa la chiave dietro al successo di Villaggio Italiano. Non soltanto nelle bandiere, nei piatti serviti o nelle maglie di Inter, Milan, Juventus e Palermo che hanno colorato Perth durante la settimana, ma nelle persone sedute una accanto all’altra, nelle famiglie, nelle generazioni diverse che si incontrano e nei visitatori senza origini italiane che entrano nella piazza e finiscono inevitabilmente per farne parte. Una cultura, in fondo, rimane viva quando non si limita a custodire il passato, ma riesce soprattutto a condividerlo.
“Quando noi italiani ci ritroviamo, ci sediamo attorno a un tavolo, dividiamo un pezzo di pane, un bicchiere di vino e raccontiamo le nostre storie – conclude il presidente –. Non siamo qui solo per vendere dei prodotti, ma per raccontare chi siamo. La cultura italiana è inclusiva: non vogliamo tenerla soltanto per noi, vogliamo condividerla. Ed è esattamente ciò che questa piazza rappresenta”.