A dodici mesi dalla riconferma elettorale di Anthony Albanese, il bilancio da tracciare non sembra potere essere né troppo indulgente né troppo severo.
Siamo, piuttosto, in presenza di un esecutivo che ha attraversato un anno di turbolenze, interne e globali, cercando di mantenere una rotta coerente soprattutto sul fronte di una politica economica e sociale fondata sull’equità.
Una traiettoria che però, in questo ultimo anno è stata sottoposta ai continui scossoni di una realtà molto più dura del previsto.
Anthony Albanese ha provato, in questo suo secondo mandato, a lasciare un’impronta precisa: mantenere le promesse elettorali, consolidare le riforme già avviate e costruire un rapporto di fiducia con i cittadini.
Non è un caso che lo stesso primo ministro abbia parlato di “anno della consegna”, sottolineando come il governo abbia metodicamente attuato quanto annunciato in campagna elettorale.
Una scelta politica chiara, che mirava a rafforzare la credibilità istituzionale in un contesto molto complicato, segnato da crescente disillusione verso la politica e dal contestuale rafforzamento di forze populiste.
Eppure, la linearità del progetto si è scontrata prima con la terribile tragedia dell’attacco terroristico di Bondi, con una risposta istituzionale contrassegnata da lentezza e incertezza, e poi con una situazione internazionale radicalmente mutata da due mesi a questa parte.
Il conflitto in Medio Oriente, con le sue ripercussioni sui mercati energetici e sull’inflazione a livello globale, sta incidendo profondamente sull’economia australiana. L’impatto sull’aumento dei prezzi, già persistente da troppo tempo, ha trovato nuova linfa in un contesto di instabilità che ha reso più onerosi i due fronti del debito e del controllo della spesa pubblica.
È qui che emerge il primo vero nodo politico di questa legislatura: la gestione dell’inflazione e del costo della vita. Non si tratta più di una fase transitoria, ma di una condizione strutturale destinata a pesare sull’azione di governo nei prossimi due anni.
L’erosione del potere d’acquisto, aggravata dal cosiddetto “bracket creep”, il progressivo aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, rischia di minare proprio quella promessa di equità che è al centro dell’agenda di Albanese e della sua squadra di governo.
In questo contesto, la sensibilità mostrata da Albanese su alcune riforme fiscali, come l’indicizzazione delle aliquote, rivela un equilibrio delicato tra sostenibilità dei conti pubblici e dichiarata volontà di giustizia sociale. Il governo ha scelto di non intervenire su questo fronte, consapevole che una simile misura comporterebbe un costo significativo per le entrate, ma esponendosi al contempo alla critica di non fare abbastanza per proteggere i redditi medi e medio bassi.
Il bilancio che sarà presentato la prossima settimana, martedì 12 maggio, si inserisce perfettamente in questa particolare tensione che è tanto ideologica quanto concreta. Non sarà, come ha ammesso lo stesso Tesoriere Jim Chalmers, il documento originariamente immaginato, ma una sintesi, per certi versi imperfetta, tra esigenze contrastanti: contenere l’inflazione, sostenere la crescita, rispondere alle pressioni sociali e, al tempo stesso, avviare riforme strutturali.
Le parole chiave che accompagnano la manovra, “equità intergenerazionale”, “resilienza”, “riforma”, riflettono una narrazione politica ben definita. Il governo punta a ridurre le disuguaglianze, in particolare quelle legate all’accesso alla casa, e potrebbe intervenire su strumenti come il capital gains tax e il negative gearing.
Si tratta di misure che, al di là dell’impatto economico immediato, andrebbero ad avere un forte valore simbolico: sarebbero infatti un segnale concreto della volontà di riequilibrare un sistema percepito come sbilanciato a favore delle generazioni più anziane.
Ma proprio qui si gioca una partita politica rischiosa. L’esperienza del 2019 insegna quanto queste riforme possano essere divisive. Oggi, tuttavia, il contesto è diverso: la crisi abitativa è più acuta, e il senso di esclusione tra i giovani più diffuso.
Albanese sembra convinto che l’elettorato sia pronto ad accettare cambiamenti che, qualche anno fa, sarebbero stati politicamente impraticabili.
Resta da vedere se questa scommessa si farà e, soprattutto, se sarà premiata. Anche perché il bilancio dovrà fare i conti con una serie di pressioni di spesa difficilmente comprimibili: sanità, difesa, welfare, infrastrutture. Il margine di manovra è ridotto, e ogni scelta comporta inevitabilmente dei compromessi.
Sul piano politico, questo primo anno di governo è stato segnato da un fenomeno che merita particolare attenzione: la crescente frammentazione dell’elettorato.
L’elezione suppletiva statale del seggio di Nepean, nel Victoria, offre un’indicazione chiara in questo senso. La vittoria dei liberali, pur confermando il controllo del seggio, è stata infatti comunque accompagnata da un significativo calo del consenso e da un forte avanzamento di One Nation, che, come già accaduto nelle recenti statali in South Australia ha intercettato una quota rilevante di voti.
Il dato più significativo, tuttavia, non è tanto il risultato in sé, quanto il messaggio che ne emerge: una parte dell’elettorato ha lanciato ancora una volta, un segnale ai partiti tradizionali, se sia un voto di protesta o un diffuso malessere ben più strutturale, lo vedremo forse in maniera ancora più chiara nella suppletiva di Farrer e poi nell’importante voto di novembre per le statali del Victoria.
Non è solo un problema della Coalizione di centrodestra che fa ancora molto fatica a ricostruire, credibilmente, la propria base identitaria, perché anche i laburisti non sono immuni da questa dinamica.
Se è vero, infatti, che la crescita di One Nation ha colpito soprattutto la Coalizione, è altrettanto evidente che anche i laburisti devono confrontarsi con un elettorato più volatile e meno fidelizzato. La sfida, in questo senso, è duplice: da un lato, mantenere il sostegno delle fasce tradizionali; dall’altro, riconquistare la fiducia di chi si sente escluso dai benefici della crescita economica.
In questo quadro, la strategia di Albanese appare chiara: puntare sulla capacità di “resilienza”, non solo come categoria economica, ma come progetto politico. Rafforzare la capacità del Paese di affrontare gli shock esterni, ma anche ricostruire un senso di appartenenza e di partecipazione.
È una visione ambiziosa, che richiama il concetto di equità profondamente radicato nella cultura australiana.
Tuttavia, la realizzazione di questa visione dipenderà dalla capacità del governo di tradurre le parole in risultati concreti. Il rischio, altrimenti, è che termini come “equità” e “resilienza” finiscano per perdere significato, diventando semplici slogan in un contesto di crescente disillusione.
Un anno dopo, dunque, il governo Albanese si trova a un bivio. Sta provando a dimostrare disciplina e coerenza nell’attuazione del proprio programma, ma deve ora affrontare una fase più complessa, in cui le scelte saranno inevitabilmente più difficili e più divisive. L’economia, con le sue incognite globali, sarà il banco di prova principale.
La manovra della prossima settimana rappresenterà, in questo senso, un passaggio cruciale. Non solo per le misure che conterrà, ma per il segnale politico che invierà: la capacità del governo di adattarsi a un contesto mutato senza rinunciare ai propri principi.
La politica, si sa, è spesso l’arte del possibile. Ma nei momenti di maggiore incertezza deve diventare soprattutto un serio esercizio di assunzione di responsabilità. Albanese, finora, ha scelto la strada della prudenza e della gradualità. Nei prossimi mesi, potrebbe essere chiamato a dimostrare anche quella del coraggio.
Perché, al di là delle contingenze, è proprio su questo che si misurerà il successo, o il fallimento, del suo governo: sulla capacità di guidare il Paese non solo attraverso le difficoltà del presente, ma verso una visione credibile del futuro.