Sono mesi che il dibattito politico australiano ruota quasi esclusivamente attorno ai sondaggi, alla crescita di One Nation e alle posizioni, a volte provocatorie, a volte banali, ma comunque impossibili da non considerare, di Pauline Hanson.

Sembra inevitabile che One Nation sia centrale nella narrazione della politica australiana, d’altronde quando una forza politica cresce rapidamente diventa sempre la notizia del momento.

Ma la politica, soprattutto quando si avvicinano appuntamenti elettorali, come quello del prossimo novembre nel Victoria, molto atteso per provare a ridefinire gli equilibri politici dello Stato, non può vivere soltanto di reazioni, slogan o polemiche quotidiane.

Prima o poi arriva il momento in cui bisogna tornare a parlare di politica, di governo, di amministrazione, di programmi e visioni. La 50esima Conferenza nazionale del Partito laburista, che si apre oggi ad Adelaide, potrebbe rappresentare proprio il luogo ideale dove poter elevare il livello del dibattito politico.

L’appuntamento di Adelaide, lo abbiamo già detto, assume un significato che va ben oltre la normale dialettica interna di un partito. Anthony Albanese arriva alla conferenza da leader rafforzato, primo ministro di un governo stabile, che si confronta con un’opposizione ancora alla ricerca di una propria identità e un blocco dei conservatori sempre più frammentato e forse anche preoccupato dalla crescita di One Nation.

Non aspettiamoci un congresso come quello caratterizzato dagli scontri ideologici che segnarono l’epoca di Bob Hawke o Paul Keating. Quella di Adelaide sarà, con ogni probabilità, una dimostrazione di unità e disciplina, accuratamente preparata, nella quale il governo cercherà soprattutto di trasmettere un messaggio di continuità e affidabilità. Questo è quello che si è colto nelle giornate precedenti questo appuntamento, un chiaro interesse del primo ministro di offrire un’immagine di governo capace di durare nel tempo. La mancanza di grandi battaglie a livello congressuale, tuttavia, non significa assenza di idee. Anzi. La bozza della piattaforma programmatica alla base del confronto di Adelaide racconta probabilmente meglio di qualsiasi discorso la direzione che il Partito laburista intende seguire nei prossimi anni.

Il filo conduttore è evidente sin dalle prime pagine: costruire “un’economia che funzioni per tutti”. Dietro questa formula si sviluppa una visione che attribuisce allo Stato un ruolo molto più attivo rispetto al passato nel guidare lo sviluppo economico, orientare gli investimenti e accompagnare la trasformazione industriale del Paese. Non si tratta soltanto di redistribuire ricchezza, obiettivo tra l’altro mai nascosto da Chalmers e Albanese. Il documento insiste sulla necessità di ricostruire capacità produttive nazionali, sostenere la manifattura, favorire la ricerca, investire nell’intelligenza artificiale sviluppata in Australia, rafforzare le filiere strategiche e utilizzare la transizione energetica come leva industriale.

È una visione che segna un’evoluzione rispetto al partito degli anni della globalizzazione. Se Hawke e Keating avevano puntato sull’apertura dei mercati, sulle liberalizzazioni e sull’integrazione internazionale come motori della crescita, il partito guidato da Albanese sembra voler recuperare una politica industriale molto più di impatto, nella convinzione che il mercato, da solo, non sia più sufficiente ad affrontare le sfide poste dalla competizione geopolitica, dall’intelligenza artificiale, dalla sicurezza energetica e dalla decarbonizzazione.

Naturalmente, questa impostazione divide gli osservatori ed elettori. Alcuni vi leggono il tentativo di adattare la socialdemocrazia alle nuove condizioni economiche internazionali. Altri vi vedono invece il rischio di un’espansione permanente dell’intervento pubblico, all’insegna di maggiore presenza delle funzioni di controllo statale, accompagnata da maggiore pressione fiscale, regolamentazione e spesa pubblica. È una critica che negli ultimi giorni è stata ribattuta molto spesso da parte di chi sostiene che il vero nodo non sia redistribuire maggiormente la ricchezza esistente, ma creare le condizioni affinché l’economia torni a crescere con maggiore produttività.

E, torniamo a ripeterlo, è proprio sulla produttività, e sui risultati ottenuti in questo campo, che si misurerà il successo o il fallimento della strategia laburista. La piattaforma programmatica lo riconosce apertamente, l’Australia deve aumentare produttività, innovazione e competitività internazionale. Propone investimenti nella ricerca, nella formazione, nelle infrastrutture, nella manifattura avanzata e nelle nuove tecnologie. Contemporaneamente amplia il ruolo delle politiche industriali, dei diritti del lavoro, della partecipazione sindacale e della programmazione economica.

La sfida vera sarà dimostrare che questi due obiettivi possono procedere insieme. Perché se la crescita della produttività non dovesse materializzarsi, il rischio sarebbe duplice: aumentare il peso dello Stato senza riuscire a migliorare in modo percepibile il tenore di vita delle famiglie e, di conseguenza, alimentare proprio quel malcontento che oggi sostiene la crescita delle forze populiste.

È questo il vero punto critico con cui Albanese dovrà confrontarsi. Il primo mandato è stato costruito attorno all’idea della stabilità, che il governo è riuscito a preservare anche dopo la netta sconfitta del referendum sulla Voce, sul quale Albanese aveva investito un considerevole capitale politico. Nel secondo mandato, conquistato con un grande successo alle urne, Albanese sembra volere essere ricordato come l’uomo della trasformazione graduale del modello politico ed economico australiano. Ma ogni trasformazione richiede risultati misurabili. Gli elettori potranno accettare cambiamenti profondi soltanto se vedranno salari reali in crescita, maggiore disponibilità di abitazioni, investimenti produttivi, servizi migliori e nuove opportunità per le giovani generazioni.

Nel frattempo il centrodestra continua a vivere una fase di evidente difficoltà. Angus Taylor sembra avere compreso che rincorrere Pauline Hanson sul terreno della comunicazione sarebbe un errore strategico. Se vuole proporsi come alternativa di governo dovrà costruire una visione economica altrettanto credibile e altrettanto dettagliata di quella che i laburisti presenteranno ad Adelaide. I prossimi mesi saranno decisivi anche per capire se la Coalizione riuscirà a tornare protagonista oppure continuerà a lasciare spazio a una competizione interna al campo dei conservatori, sfibrante e faticosa, con One Nation.

Alla fine, la conferenza di Adelaide potrebbe lasciare un’eredità più importante delle singole mozioni che verranno approvate. Potrebbe segnare l’inizio della vera campagna politica verso le prossime elezioni federali. Non più una competizione dominata esclusivamente dalla protesta o dal malcontento, ma un confronto tra modelli diversi di sviluppo economico, di ruolo dello Stato e di idea di Australia.

Sarà poi il giudizio degli elettori, nel corso degli appuntamenti elettorali che porteranno al voto federale del 2028, a stabilire quale progetto apparirà più convincente. Ma una democrazia matura funziona proprio così: non quando prevale chi alza di più la voce, bensì quando i cittadini possono confrontare programmi, valutarne la credibilità e decidere quale direzione affidare al Paese.