NEW YORK - L’incontro tra le delegazioni di Iran e Stati Uniti a margine dell’Assemblea generale dell’Onu riapre uno spiraglio diplomatico sulla crisi dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha incontrato a New York l’inviato statunitense Steve Witkoff. Il colloquio sarebbe avvenuto su richiesta dello stesso rappresentante americano e Teheran avrebbe accettato per comunicare direttamente le proprie condizioni per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Tra le richieste presentate dalla delegazione iraniana a Washington, la revoca immediata del blocco navale, lo sblocco degli asset iraniani congelati e la fine della guerra su tutti i fronti della cosiddetta “Resistenza”. Il contatto diplomatico arriva tuttavia in un clima di forte tensione, con i Guardiani della Rivoluzione che hanno escluso qualsiasi dialogo diretto con gli Stati Uniti, precisando che eventuali trattative restano di competenza della diplomazia.

“Gli americani hanno cercato di contattarci, ma noi rifiutiamo qualsiasi contatto”, ha dichiarato all’Afp il portavoce dei Pasdaran Hossein Mohebi. “I nostri rapporti con il nemico, finché permane l’ostilità, avvengono esclusivamente attraverso le armi”.

Contemporaneamente, in risposta alle dichiarazioni di Donald Trump durante l’intervento all’Assemblea delle Nazioni Unite (altro articolo in questa pagina), lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha avvertito che il Paese infliggerà agli aggressori colpi “ancora più duri, devastanti e imprevedibili”, in risposta alle recenti minacce.

La necessità di trovare una soluzione negoziata è auspicata anche dal Qatar, con l’emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani che ha descritto quella attuale come una delle “fasi più pericolose” attraversate dal Medio Oriente. Secondo il leader qatariota, la guerra ha evidenziato l’assenza nella regione di un sistema di sicurezza collettiva capace di prevenire i conflitti e tutelare la sovranità degli Stati.

La chiusura di Hormuz, ha sottolineato, dimostra come una crisi regionale possa rapidamente produrre conseguenze globali sull’energia, sulle rotte commerciali e sui mercati.

L’Arabia Saudita cerca di ridurre la propria dipendenza da Hormuz e ha deciso di riavviare le operazioni dell’oleodotto East-West, che collega le aree petrolifere orientali del Paese con il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, consentendo al greggio di raggiungere i mercati internazionali senza attraversare lo Stretto. 

L’infrastruttura era stata chiusa il 13 settembre scorso, dopo una serie di attacchi con droni che avevano fermato anche le operazioni di carico a Yanbu. Secondo fonti del settore, Saudi Aramco punterebbe ora a riportare progressivamente il flusso verso i quattro milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% dell’offerta petrolifera mondiale.

La prospettiva di un aumento delle esportazioni saudite attraverso il Mar Rosso, insieme ai segnali di una possibile riapertura di Hormuz, ha contribuito ad allentare la pressione sui mercati: i futures sul Brent sono scesi di oltre due dollari al barile, raggiungendo il livello più basso dall’8 settembre.