WASHINGTON - Dopo tredici notti consecutive di attacchi aerei statunitensi, le ultime tre notti (venerdì, sabato e domenica) sono trascorse senza bombardamenti. Gli Stati Uniti e l’Iran hanno sospeso le ostilità reciproche, concedendo una momentanea tregua al traffico marittimo nel Golfo e all’industria petrolifera, duramente colpiti dai recenti lanci missilistici. 

Il fermo delle operazioni arriva dopo settimane di scontri per il controllo dello strategico Stretto di Hormuz, che avevano fatto naufragare i precedenti tentativi diplomatici tra Washington e Teheran, innescando una campagna aerea statunitense e immediate rappresaglie iraniane estese alle rotte commerciali, agli alleati nel Golfo e alle basi militari della regione. 

In risposta al blocco delle operazioni americane, la posizione ufficiale dell’esercito iraniano è stata chiarita dal portavoce Mohammad Akraminia: “Poiché la nostra strategia è stata essenzialmente di rappresaglia, abbiamo anche sospeso le nostre operazioni di ritorsione”. 

Sul fronte diplomatico giungono tuttavia segnali contrastanti. L’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato a Fox News Sunday che, pur rimanendo le forze armate “pronte al combattimento”, il presidente Donald Trump intende concedere ai negoziati “un po’ di margine”. Lo stesso Trump, parlando con i giornalisti venerdì, aveva affermato di non aver ancora preso una decisione definitiva su un eventuale ritorno a un’operazione su vasta scala, aggiungendo: “Siamo in contatto con loro proprio in questo momento. Credo che stiano diventando sempre più seri”. 

Tuttavia, da Teheran è arrivata una smentita diretta. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha negato qualsiasi canale di dialogo aperto: “Al momento non siamo impegnati in alcun negoziato con gli Stati Uniti”, smentendo le ricostruzioni secondo cui l’Iran avrebbe richiesto un tavolo di confronto. 

La sospensione degli attacchi giunge in un momento di forte pressione strategica. Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita due fonti informate, i piani per un’ulteriore escalation della campagna aerea statunitense sono stati accantonati anche a causa della riduzione delle scorte di munizioni, oltre che per i rischi legati all’allargamento del conflitto mediorientale, alla vulnerabilità degli alleati del Golfo e all’impatto sull’economia globale. La guerra (che nelle previsioni iniziali di Trump sarebbe dovuta durare quattro o cinque settimane) è ormai giunta quasi al quinto mese, pesando sui consensi del leader repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. 

Sia Trump che i suoi collaboratori hanno però respinto le indiscrezioni sulle munizioni. In un’intervista al Wall Street Journal, il presidente ha ribadito: “Abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quante ne abbiamo bisogno”. Concetto ripreso da Waltz durante il programma Meet the Press della Nbc: “Voglio essere estremamente chiaro. Le forze armate statunitensi, e ho verificato la cosa sotto ogni aspetto, dispongono di tutto ciò che serve per condurre questa campagna con l’efficacia richiesta”. 

Sul piano economico, l’annuncio della tregua ha concesso un primo respiro ai mercati, con il Brent del Mare del Nord che ha perso oltre il 7% nelle prime ore di contrattazione, scendendo brevemente sotto i 90 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) è calato del 4%, attestandosi a 85,45 dollari al barile. Resta comunque alta la tensione nelle acque del Golfo, dove media iraniani hanno riportato la notizia non confermata di una petroliera danneggiata da una mina navale.  

Mentre le armi tacciono tra Washington e Teheran, i combattimenti si allargano a sud. I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno dichiarato di aver abbattuto un drone saudita nel nord-ovest del Paese, a un giorno di distanza dal raid rivendicato contro gli impianti della Saudi Aramco a Jizan e Yanbu, condotto come ritorsione ai bombardamenti sauditi di venerdì. 

L’attenzione, nel frattempo, è puntata sulla Casa Bianca, dove domani è atteso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il premier potrebbe chiedere a Trump di mantenere la linea dura sul programma nucleare iraniano, considerato da Washington e dagli alleati un progetto militare, a fronte delle rassicurazioni di Teheran sulle finalità esclusivamente civili. 

Intervistato da Fox News, Netanyahu ha espresso pieno sostegno alla linea della Casa Bianca: “Se riuscisse a farlo senza ricorrere a intensi scontri militari, tanto meglio. Perché no? Ma in un modo o nell’altro, devono porre fine al loro programma nucleare: con o senza un accordo, la cosa deve finire”.