WASHINGTON – Mesi di pressing di Donald Trump sulla Federal Reserve, rincarato con l’invito a tagliare i tassi d’interesse “più di quanto ha in mente” il presidente Jerome Powell, stanno per dare il frutto desiderato: mercoledì (ora statunitense) la banca centrale dovrebbe cedere, con la prima riduzione del costo del denaro di quest’anno, dopo lunghi tentennamenti legati al timore degli effetti inflattivi dei dazi.
L’attesa dei mercati è per una riduzione di un quarto di punto percentuale rispetto all’attuale forbice 4,25-2,50%, dove i tassi sono inchiodati dallo scorso dicembre, una coincidenza temporale con l’inizio del ‘Trump 2’, dopo tagli per 100 punti base nell’intero 2024. Qualcuno non esclude un taglio da mezzo punto.
Ma creare il consenso fra i governatori, specie sul percorso successivo dei tassi, non sarà una passeggiata per Powell, che aveva dato al simposio agostano di Jackson Hole il segnale che Trump attendeva, spiegando che il peggioramento del mercato del lavoro farà da freno agli effetti inflazionistici dei dazi. Nel frattempo, il tycoon rilancia dicendo che la Fed deve “tagliare i tassi ora” e che occorrerebbe più di un quarto di punto, così “il mercato immobiliare volerà”.
L’inflazione americana viaggia ancora al 2,9%, in accelerazione costante dal ‘Liberation Day’ trumpiano di aprile. L’economia ha mantenuto una crescita solida ad aprile-giugno con un +3,3% annualizzato. Dopo gli insulti di Trump che lo aveva chiamato “idiota” e invitato alle dimissioni, Powell motiverà la scelta di tagliare sulla base della drastica gelata del mercato del lavoro nei settori esposti alle guerre commerciali, a partire dal manifatturiero.
Se ne capirà di più in queste ore con le previsioni trimestrali della Fed su crescita, inflazione, disoccupazione e tassi d’interesse. Il candidato di punta alla successione di Powell a maggio, Christopher Waller, così come il teorico del nuovo ordine economico mondiale trumpiano, Stephen Miran, sarebbero a favore di un taglio da mezzo punto. Se si aggiungesse anche Michelle Bowman, sarebbe la spaccatura più profonda della Fed dal 1988, in una banca centrale già scossa dal braccio di ferro con la Casa Bianca sulla permanenza della governatrice Fed Lisa Cook.
Proprio in queste ultime ore, il Senato ha confermato la nomina dello stesso Stephen Miran alla Federal Reserve. Con 48 voti a favore e 47 contrari, i senatori hanno approvato la nomina di Miran, permettendogli di fatto di partecipare alla riunione di due giorni della Fed sui tassi, che si sta svolgendo in queste ore.
Nel contempo una Corte d’appello americana ha confermato che Trump non può rimuovere la governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, mentre procede la causa intentata da quest’ultima contro il siluramento. Ciò ha consentito alla Cook di partecipare alla riunione della Fed e di votare insieme ai suoi colleghi.