WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per il secondo giorno consecutivo, innescando una nuova e violenta fiammata nel conflitto che minaccia direttamente le rotte energetiche globali. La ripresa delle ostilità nel fine settimana e il contestuale annuncio da parte di Teheran di una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz (snodo marittimo strategico per il commercio mondiale di idrocarburi) hanno fatto impennare nuovamente i prezzi del petrolio sui mercati internazionali.
Sul piano militare, l’operazione statunitense è scattata alle ore 00:30 (ora di Teheran) del 12 luglio. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha reso noto di aver condotto una massiccia ondata di bombardamenti durata poco più di cinque ore, impiegando munizioni di precisione contro decine di obiettivi diffusi nella Repubblica Islamica. L’obiettivo dichiarato da Washington è “ridurre le capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il traffico marittimo internazionale che passa dallo Stretto di Hormuz”.
I raid hanno preso di mira in modo specifico i sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le capacità missilistiche e dei droni, nonché piccole imbarcazioni. Secondo i media statali di Teheran, l’attacco ha colpito vaste aree dell’Iran occidentale e meridionale, inclusa la provincia del Khuzestan al confine con l’Iraq, l’isola di Qeshm e la città portuale di Bandar Abbas, situata proprio a ridosso dello Stretto.
A Mahshahr, nel sud-ovest del Paese, un funzionario locale citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna ha confermato che un raid aereo statunitense ha ucciso almeno una persona e ne ha ferite quattro. La stessa agenzia aveva segnalato il giorno precedente un bilancio di un morto e due feriti in un attacco analogo sull’isola di Farur, nel Golfo Persico.
L’operazione del 12 luglio ha segnato anche un cruciale punto di svolta tecnologico nelle strategie del Pentagono. Il Centcom ha infatti confermato di aver schierato per la prima volta in questo teatro sia caccia e navi militari, sia “droni d’attacco unidirezionali (one-way attack aerial drones) e droni navali d’attacco unidirezionali (one-way attack sea drone) per la prima volta”. Si tratta dei cosiddetti droni kamikaze, sistemi progettati per colpire l’obiettivo senza fare rientro alla base.
Come ricordato dalla Cnn, i droni aerei d’attacco statunitensi erano già stati introdotti nelle prime fasi del conflitto. Tra questi, il Centcom ha messo in campo il sistema Lucas (Low-cost Unmanned Combat Attack System), un modello che la rete televisiva statunitense descrive come ispirato ai droni Shahed 136 progettati proprio dall’Iran e ampiamente utilizzati dalla Russia in Ucraina a partire dall’invasione su vasta scala del febbraio 2022.
Per quanto riguarda invece la componente marittima, il debutto assoluto dei droni navali kamikaze fotografa una fase di intensa sperimentazione da parte degli Stati Uniti. Intervistato dalla Cnn, Carl Schuster, analista ed ex direttore del Centro congiunto di intelligence dello Us Pacific Command, ha spiegato che il mezzo più idoneo per questo genere di attacchi unidirezionali è l’Usv di classe flotta (Fleet-class Unmanned Surface Vessel).
Questo battello autonomo, originariamente concepito per altre tipologie di missioni, possiede una velocità superiore ai 60 chilometri orari che lo rende facilmente adattabile per attacchi a fondo perduto. Schuster lo ha definito un’arma “costosa, ma difficile da fermare”.
La diplomazia iraniana ha “condannato fermamente” i nuovi bombardamenti Usa, accusando formalmente Washington di aver “vanificato tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi” per ristabilire la pace nella regione.
Sul piano politico, la ripresa degli scontri ha sancito la rottura diplomatica tra i due Paesi: il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghai, ha annunciato in conferenza stampa che la Repubblica Islamica non si considererà più vincolata al memorandum d’intesa siglato a giugno con gli Stati Uniti se questi ultimi continueranno a non rispettare l’impegno di porre fine alla guerra. “Ogni volta che l’altra parte non ha rispettato i suoi obblighi, noi non abbiamo rispettato i nostri... Continueremo ad agire allo stesso modo”, ha ammonito il portavoce.
Alle dichiarazioni politiche è seguita l’immediata risposta militare guidata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L’esercito ideologico di Teheran ha rivendicato, tramite una nota pubblicata sul proprio sito web Sepah News, una serie di attacchi di rappresaglia contro le installazioni e le infrastrutture militari statunitensi nel Golfo, colpendo siti in Oman, Bahrein, Giordania e Kuwait.
Nello specifico, la marina dei Pasdaran ha affermato di aver attaccato e distrutto i radar per il rilevamento delle navi in Oman e di aver colpito la base di Khuffyan, in Bahrein, provocando vasti incendi all’interno della struttura. L’agenzia ufficiale Irna ha inoltre riferito di attacchi missilistici diretti contro la base aerea Prince Hassan in Giordania, le basi aeree Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait, e contro il centro di comando dei droni statunitensi dislocato in Bahrein.
In risposta all’offensiva iraniana, l’esercito della Giordania ha confermato l’attivazione dei propri sistemi di difesa aerea all’alba di questa mattina. Una fonte ufficiale dello Stato Maggiore di Amman ha dichiarato che le batterie antimissile hanno intercettato e “abbattuto quattro missili che erano entrati nello spazio aereo giordano provenendo dal territorio iraniano”, confermando che i vettori erano stati lanciati da Teheran come ritorsione ai raid Usa e assicurando che l’intercettazione non ha causato feriti né danni materiali.