WASHINGTON - I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono giunti a una svolta decisiva. Secondo quanto rivelato dall’emittente satellitare Al-Arabiya, i mediatori pakistani hanno redatto una bozza finale in 9 punti per un accordo strutturato in più fasi.
Mentre l’account in lingua inglese del canale paventa un annuncio ufficiale a ore, il servizio in lingua araba frena, parla di un “cauto ottimismo”, dovuto all’altissima complessità dei dettagli ancora da limare.
Il documento punta a congelare immediatamente le ostilità scoppiate alla fine di febbraio, prevedendo come punti cardine dell’intesa un cessate il fuoco immediato, completo e incondizionato su tutti i fronti, insieme al blocco delle operazioni militari e della guerra mediatica.
L’accordo stabilisce inoltre il ripristino della totale libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Mar di Oman, oltre all’impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, militari o economiche, nel pieno rispetto della sovranità e della non interferenza.
Infine, il testo introduce l’istituzione di un meccanismo congiunto per il monitoraggio dell’intesa e la risoluzione delle controversie, fissando l’avvio di trattative sulle questioni rimaste in sospeso entro sette giorni dalla firma e legando la revoca graduale delle sanzioni americane al rispetto dei patti da parte di Teheran.
Dall’Iran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha però chiarito che la fine delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati non verranno accettati come concessioni: “Stiamo semplicemente rivendicando i nostri diritti contro azioni criminali. Gli Stati Uniti devono anche porre fine al blocco marittimo a Hormuz, che viola il diritto internazionale”.
Fonti diplomatiche di Islamabad hanno confermato che ridurre le divergenze resta un’impresa ardua, perché entrambe le parti avanzano richieste elevate. Il vero fulcro del contendere rimane la gestione dell’uranio altamente arricchito, un dossier per il quale serviranno tempi di negoziazione molto lunghi.
Per sbloccare lo stallo, il Pakistan sta mettendo in campo un’iniziativa diplomatica congiunta con la Cina. Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, è atteso a Pechino per un incontro strategico con il presidente Xi Jinping. Nel frattempo, il capo di Stato maggiore pakistano, Asim Munir, attende a Islamabad l’esito dei colloqui del ministro dell’Interno Mohsen Naqvi con il governo iraniano prima di volare a sua volta a Teheran.
Dagli Emirati Arabi Uniti arriva invece una lettura più pragmatica. Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino, ha stimato al 50% le possibilità di successo: “Le chance sono 50-50. Negli anni Teheran ha perso molte occasioni perché tende a sopravvalutare le proprie carte; spero non lo faccia anche stavolta”.
Mentre la diplomazia lavora, i bilanci della guerra sul campo mostrano i reali rapporti di forza. Secondo un rapporto di Bloomberg rilanciato dalla Tass, durante le operazioni militari contro l’Iran il Pentagono ha perso quasi un quinto (il 20%) della sua flotta di droni a lunga autonomia MQ-9 Reaper.
Dall’inizio dei combattimenti a fine febbraio, la contraerea iraniana avrebbe abbattuto o danneggiato oltre due dozzine di questi velivoli (con il rischio che il bilancio totale salga a 30 unità). Considerando che un singolo caccia Reaper (equipaggiato con sensori hi-tech, missili Hellfire e bombe guidate JDAM) costa circa 30 milioni di dollari, l’agenzia stima un danno economico complessivo per le casse statunitensi vicino a 1 miliardo di dollari.
Questo scenario sul campo smentisce di fatto le recenti dichiarazioni trionfalistiche di Donald Trump, il quale aveva affermato che i raid Usa avevano distrutto l’85% della capacità missilistica e della flotta di droni di Teheran. Fonti dell’intelligence statunitense hanno confidato alla Cnn che i report consegnati alla Casa Bianca descrivono una realtà ben diversa.
Sfruttando le sei settimane di cessate il fuoco in vigore da inizio aprile, l’Iran ha già riavviato e parzialmente ricostituito la sua produzione bellica. L’apparato militare della Repubblica Islamica si sta rigenerando molto più velocemente del previsto: secondo gli agenti segreti statunitensi, Teheran potrebbe ripristinare la piena capacità di attacco con i droni in appena sei mesi, accorciando tutte le stime internazionali e riposizionando rapidamente rampe di lancio e siti missilistici distrutti.
Se le ostilità dovessero riprendere, l’Iran sarebbe pronto a saturare le difese di Israele e dei Paesi del Golfo con lanci simultanei di droni e missili.
Sul fronte economico, il New York Times ha rivelato una contromossa sotterranea di Teheran, che avrebbe proposto al sultanato dell’Oman di collaborare per imporre un pedaggio marittimo alle navi nello Stretto di Hormuz, le cui rotte commerciali sono attualmente paralizzate. La risposta di Trump è stata netta: “Hormuz è una via navigabile internazionale, non vogliamo pedaggi”.
La crisi mediorientale è stata al centro del vertice di Pechino tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Nella loro dichiarazione congiunta, Russia e Cina hanno accusato esplicitamente gli Stati Uniti e Israele di violare il diritto internazionale e minare l’ordine mondiale nato nel secondo dopoguerra.
Il Cremlino e il Dragone hanno condannato l’uso dei negoziati come “copertura per preparare attacchi militari”, l’assassinio di leader di Stati sovrani e i tentativi di provocare cambi di regime. Subito dopo la pubblicazione del documento, il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha formalizzato la posizione di Mosca: la Russia è pronta a scendere in campo per fornire tutta l’assistenza possibile e contribuire direttamente ai colloqui tra Washington e Teheran.