WASHINGTON - Una nuova violenta escalation militare sta infiammando il Medio Oriente, dove da ormai sei mesi gli Stati Uniti e l’Iran si trovano bloccati in uno stallo strategico. Dopo due tentativi falliti da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) di colpire una nave da guerra della Marina statunitense con missili balistici nello Stretto di Hormuz (attacchi evitati dall’unità Usa senza registrare feriti), le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) hanno risposto distruggendo cinque petroliere iraniane.
L’azione militare statunitense ha provocato la durissima reazione di Teheran e un immediato contraccolpo sui mercati finanziari, con il prezzo del barile di petrolio che ha sfiorato i 100 dollari nelle prime contrattazioni asiatiche. Nel frattempo, un’esplosione dal mare è stata udita nella città iraniana di Jask, vicina allo Stretto di Hormuz, come riferito dall’agenzia Fars.
“Le azioni aggressive degli Stati Uniti contro le navi commerciali iraniane non solo aumentano i pericoli delle tensioni nella regione, ma rappresentano anche una minaccia chiara alla pace e alla sicurezza regionale e internazionale”, si legge nel comunicato di Teheran, che ha ribadito di aver colpito unicamente installazioni militari statunitensi in “legittima difesa”.
Di contro, da Bogotà, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha confermato che la linea di Washington non cambierà: “L’Iran continua a tentare di colpire navi della marina statunitense e, ogni volta che lo fa o ci prova, perderà delle petroliere; credo che questo accadrà di nuovo oggi”, ha avvertito Rubio.
La risposta dei Pasdaran si è subito estesa alle infrastrutture regionali: l’agenzia Irna ha diffuso un monito dei Guardiani contro le navi presenti nei porti del Kuwait e del Bahrein, accusati di complicità per l’ospitalità offerta alle forze statunitensi. “Alla luce dei crimini dell’esercito terrorista statunitense, che ha preso di mira diverse petroliere della Repubblica Islamica dell’Iran, avvertiamo tutte le petroliere presenti nei porti kuwaitiani e bahreiniti, porti che ospitano tali terroristi e sono complici delle loro azioni criminali, sia che si trovino all’ancora sia ormeggiate in banchina”, hanno dichiarato le Guardie. “Le esortiamo ad abbandonare le navi, poiché diventeranno bersagli”.
La ritorsione iraniana ha poi travalicato i confini del Golfo. I Pasdaran hanno annunciato un attacco condotto con “pesanti attacchi missilistici” contro la base militare statunitense di Al-Azraq, situata circa 100 chilometri a est di Amman, sostenendo di aver danneggiato i ricoveri e le aree di dispiegamento dei caccia F-35, F-16 e F-15. Un funzionario americano ha riferito a Fox News l’uso di munizioni a grappolo.
Le Forze armate giordane hanno confermato l’intercettazione di 20 missili balistici lanciati verso il proprio territorio: 18 sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea, mentre due sono caduti in zone disabitate senza causare vittime.
Parallelamente, lungo lo Stretto di Hormuz (dove Teheran mantiene una forte pressione a fronte del blocco navale e sanzionatorio sui porti e sul settore aereo iraniano promosso da Washington), l’IRGC ha rivendicato ulteriori azioni militari. “Sono state prese di mira due imbarcazioni statunitensi, otto petroliere e 10 imbarcazioni non conformi che tentavano di attraversare la zona vietata e non sicura dello Stretto di Hormuz”, hanno affermato le Guardie tramite l’agenzia IRNA.
Sempre nella zona dello stretto, Teheran ha sostenuto di aver sequestrato un drone sottomarino statunitense tra i “più moderni”, mentre fonti militari da Washington hanno rettificato precisando che un proprio apparecchio, di un “modello datato”, aveva subito un malfunzionamento nella zona.
Mentre le sanzioni statunitensi si inaspriscono con l’inserimento nella lista nera dell’intero settore dell’aviazione iraniana (tra cui le compagnie Mahan Air e Iran Air), il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso la propria visione sullo sbocco del conflitto.
“La guerra finirà subito dopo le elezioni di metà mandato”, ha affermato Trump, sostenendo che gli iraniani “non possono più resistere. Sono disperati e cercano di influenzare le elezioni. Sto facendo molto di più di un accordo sul nucleare. Ci sarà il nucleare, ma ci sono molte altre cose sul tavolo. A dire il vero, non lo stiamo cercando. Inizialmente volevo raggiungere un accordo. Siamo arrivati a un punto tale. A loro è rimasto ben poco territorio. Quindi non lo stiamo cercando. Sì, forse potrebbero esserci dei negoziati, ma non è qualcosa che stiamo prendendo in considerazione”.
Sulla stessa linea si è espresso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una visita alle truppe di stanza sul Monte Hermon, nel sud della Siria, ribadendo che “c’è ancora del lavoro da fare, l’obiettivo principale è abbattere il regime terroristico in Iran. Ci siamo molto vicini. Sappiamo che l’intero asse finirà per crollare”.