CARACAS - Il Venezuela si prepara a rendere pubblica una revisione senza precedenti del proprio debito pubblico, che secondo le nuove stime raggiungerebbe i 240 miliardi di dollari, oltre il 200% del Prodotto interno lordo. Se confermati, i numeri collocherebbero il Paese al centro della più grande ristrutturazione del debito sovrano mai affrontata, persino superiore al default da 200 miliardi di dollari della Grecia durante la crisi dell’Eurozona del 2012. 

Secondo il Financial Times, che cita fonti a conoscenza del dossier, il governo guidato ad interim da Delcy Rodríguez punta a raggiungere un accordo con i creditori entro la fine dell’anno. L’intesa rappresenterebbe un passaggio decisivo per consentire al Paese sudamericano di tornare sui mercati finanziari internazionali dopo quasi un decennio di isolamento. 

Le nuove stime segnano una netta revisione rispetto alle valutazioni precedenti. Fino a pochi mesi fa il debito venezuelano, comprendendo capitale, lodi arbitrali e interessi non pagati, era stimato in circa 150 miliardi di dollari. La nuova valutazione aggiunge altri 90 miliardi, portando l’esposizione complessiva a 240 miliardi. Secondo le stesse fonti, l’attuale amministrazione valuta l’economia venezuelana attorno ai 100 miliardi di dollari, facendo del debito oltre il doppio del Pil nazionale e collocando il Venezuela tra i Paesi con il più grave squilibrio fiscale al mondo. 

La banca d’investimento statunitense Centerview Partners, incaricata da Caracas come consulente finanziario, avrebbe contribuito all’elaborazione di un piano per riportare il debito su un percorso sostenibile. Il documento dovrebbe essere pubblicato all’inizio di luglio. 

Parallelamente, il governo prevede di diffondere entro la fine del mese un quadro macroeconomico aggiornato, atteso da anni dagli osservatori internazionali, che offrirà una fotografia più precisa delle condizioni economiche del Paese dopo una lunga fase di crisi politica e finanziaria. L’operazione si inserisce in un più ampio processo di aggiornamento statistico e riorganizzazione finanziaria avviato dall’esecutivo, con l’obiettivo di normalizzare i rapporti con gli investitori e favorire il ritorno del Venezuela sulla scena economica internazionale. 

A differenza di quanto avviene normalmente nelle grandi ristrutturazioni sovrane, l’analisi di sostenibilità del debito non è stata elaborata dal Fondo monetario internazionale. Gli obbligazionisti potrebbero interpretare la valutazione particolarmente severa delle finanze pubbliche come un segnale della necessità di una significativa riduzione del valore nominale dei titoli venezuelani. 

Alcuni esponenti dell’opposizione temono tuttavia che una ristrutturazione accelerata e condotta al di fuori del quadro del FMI possa indebolire la posizione negoziale del Paese nei confronti dei creditori. 

I titoli di Stato venezuelani vengono attualmente scambiati intorno a 55 centesimi per dollaro, in netto recupero rispetto ai 33 centesimi registrati prima della caduta di Nicolás Maduro. Tali quotazioni, tuttavia, non tengono conto degli anni di interessi accumulati e mai corrisposti. 

Tra i creditori figurano organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca interamericana di sviluppo, oltre a diversi Stati, tra cui Cina, Giappone e Brasile. Secondo stime riportate da France 24, Caracas deve a Pechino almeno 10 miliardi di dollari. Da anni gli analisti ritengono che le forniture di petrolio a prezzi agevolati verso la Cina siano state utilizzate anche come forma indiretta di compensazione nei confronti del principale creditore del Paese.  

Al debito finanziario si aggiungono inoltre le controversie derivanti dalle nazionalizzazioni e dalle espropriazioni avviate durante la presidenza di Hugo Chávez, nonché i risarcimenti richiesti da compagnie petrolifere straniere.  

L’annuncio segna una svolta rispetto al 2017, quando il Venezuela entrò ufficialmente in default. Nello stesso anno gli Stati Uniti imposero un ampio pacchetto di sanzioni che isolò il sistema finanziario venezuelano, aggravando ulteriormente l’insolvenza del Paese. 

Negli ultimi mesi, tuttavia, il contesto è cambiato. A maggio il Dipartimento del Tesoro statunitense ha alleggerito alcune restrizioni, consentendo sia allo Stato venezuelano sia alla compagnia petrolifera pubblica Pdvsa di accedere a consulenze legali e finanziarie internazionali. Parallelamente, il Venezuela ha ripreso ad aprile i contatti con il Fondo monetario internazionale dopo sette anni di interruzione. Pur precisando di non essere coinvolto direttamente nel piano di ristrutturazione, il FMI ha riavviato il dialogo con le autorità di Caracas. 

Secondo gli osservatori, questi sviluppi potrebbero rappresentare il primo passo verso il pieno reinserimento del Venezuela nei circuiti finanziari globali. Centerview Partners, contattata dal Financial Times, ha rifiutato di commentare le indiscrezioni.