GINEVRA - Avrebbe compiuto 87 anni il 12 febbraio Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re d’Italia, morto nella mattina di sabato a Ginevra, dove viveva. Figura controversa, ha attraversato quasi un secolo di storia, passando per l’esilio, i guai giudiziari, le contraddizioni, la mondanità.

I funerali dovrebbero essere celebrati sabato 10 febbraio a Superga, il luogo dove “Vittorio Emanuele vuole essere sepolto” ha reso noto il presidente della Guardia d’Onore del Pantheon, Ugo D’Atri, dopo aver parlato con il figlio Emanuele Filiberto.   

Figlio di Umberto II e di Maria José, Vittorio Emanuele è nato a Napoli dove è stato battezzato con i nomi Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria. All’età di 6 anni, nel giorno dell’armistizio dell’8 settembre del ‘43, ha lasciato Roma insieme alla madre.

Dopo il referendum del 1946, che ha sancito la vittoria della Repubblica, ha vissuto in esilio, dove è rimasto fino al marzo del 2003, quando è stata cancellata la disposizione che vietava il rientro dei discendenti maschi di casa Savoia in Italia.

Come prima tappa del suo ritorno ha scelto Napoli, la città in cui era nato. “È il più bel giorno della mia vita”, ha dichiarato quando, dopo 57 anni ha potuto rientrare in Italia.  

La storia d’amore con Marina Doria, nel cui sangue non scorre nemmeno una goccia di sangue blu, ha portato Vittorio Emanuele a una frattura con il padre, che non approvava la relazione.

Il giovane Savoia non ha voluto rinunciare al suo sogno e, senza il consenso paterno sposa l’11 gennaio 1970 a Las Vegas e con rito religioso il 7 ottobre 1971 a Teheran. Un amore durato 70 anni e dalla cui unione è nato Emanuele Filiberto di Savoia.  

Nell’estate del 1978, sette anni dopo quelle nozze, accade l’episodio che ha condizionato il resto della sua vita: un colpo partito dalla sua carabina - nel corso di un’accesa lite con dei vicini di yatch a Cavallo, in Corsica - ha ferito mortalmente lo studente Dirk Hamer.

La famiglia del 19enne tedesco ha condotto una lunga battaglia legale per ottenere giustizia, ma alla fine del 1991 Vittorio Emanuele è stato assolto dall’accusa di omicidio volontario dai giudici francesi, con formula piena. 

Le vicende giudiziarie non si sono limitate a quell’episodio. Vittorio Emanuele ha fatto parte della loggia massonica P2 e, nel 2006, è stato coinvolto nell’inchiesta ‘Vallettopoli’, venendo indagato sul giro di corruzione e tangenti dalla procura di Potenza.

Dopo sette giorni in carcere, è stato rilasciato e prosciolto, ottenendo anche 40mila euro di risarcimento dallo Stato italiano. In quei giorni in cella, Vittorio Emanuele, che non sapeva di essere ascoltato da una microspia, parlando della morte di Hamer, ha dichiarato a un compagno: “Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati”, riferendosi ai giudici francesi.

Essendo già stato assolto, non poteva essere nuovamente perseguito. 

Impossibile dimenticare l’onta delle leggi razziali che ha accompagnato negli anni la famiglia Savoia, tra gaffe, prese di distanza, scuse indirette.

Nel 2002 Vittorio Emanuele ha definito “una macchia indelebile per la nostra famiglia” la firma sotto le persecuzioni degli ebrei, sebbene cinque anni prima avesse sostenuto che quelle leggi non fossero “così terribili”.

Qualche tempo dopo le ha giudicate ancora “un grave errore”. È stato solo il figlio, Emanuele Filiberto, a porgere le ‘scuse solenni’ alla Comunità ebraica, nel 2021.  

In occasione del 160° Anniversario dell’Unità d’Italia, nel 2021 Vittorio Emanuele è salito nuovamente agli onori della cronaca per una lettera aperta in cui parlava di un nuovo nemico, “un’oppressione straniera subdola e invisibile: il Covid-19”.

Nel 2022, infine, ha chiesto la restituzione dei gioielli di famiglia, confiscati nel 1946 e custoditi nei forzieri della Banca d’Italia. Diademi, orecchini e collier con oltre seimila brillanti e duemila perle del valore di svariati milioni di euro, ma, nonostante i Savoia si siano rivolti alla Consulta, lo Stato ha negato loro il diritto di rientrare in possesso dei gioielli di famiglia.