PECHINO - Si è conclusa con un sostanziale stallo diplomatico la venticinquesima missione a Pechino di Vladimir Putin. L’obiettivo più importante del leader russo nel suo quarantesimo incontro con Xi Jinping dal 2012 è sfumato: la costruzione del colossale gasdotto Forza della Siberia 2 resta ufficialmente sospesa. 

L’infrastruttura, progettata per reindirizzare verso il mercato asiatico 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno estratti dai giacimenti della Penisola di Yamal (che prima del conflitto in Ucraina rifornivano l’Europa), rimane sulla carta un’opera incompiuta. 

Pochi giorni dopo la storica missione cinese di Donald Trump (la prima di un presidente statunitense Pechino da nove anni) il confronto tra i due appuntamenti evidenzia un drastico cambio di clima nei palazzi del potere cinesi. Mentre Yuri Ushakov e Dmitry Peskov, dal Cremlino, hanno tentato di liquidare come una “coincidenza” la vicinanza temporale delle due visite, i dati economici raccontano un’altra verità. 

Appena nove minuti prima dell’inizio del bilaterale tra Putin e Xi, il ministero del Commercio cinese ha confermato tre storici accordi di distensione con Washington, annunciando l’acquisto di 200 aerei di linea Boeing da parte di Pechino e il via libera alle importazioni di carne di manzo statunitense da oltre 600 aziende certificate. A queste misure si è aggiunto inoltre il rinnovo della tregua sulla guerra dei dazi sottoscritta lo scorso ottobre. 

I colloqui “seri e molto dettagliati” auspicati alla vigilia da Mosca non sono bastati a definire un calendario dei lavori per il gasdotto che, attraversando la Mongolia, dovrebbe raggiungere la Cina settentrionale. Il portavoce del Cremlino ha ammesso che, nonostante un generale accordo politico sui parametri generali e sul tracciato, restano da sciogliere “alcune sfumature”. 

In realtà, gli scogli rimangono quelli storici relativi ai volumi e, soprattutto, al prezzo delle forniture: Pechino continua a pretendere tariffe iper-agevolate, equiparate a quelle del mercato interno russo. 

A irrigidire la posizione cinese vi sono anche fattori strutturali. Analisti citati dal Financial Times evidenziano come a Pechino prevalga la convinzione che il consumo interno di gas in Cina abbia ormai raggiunto il suo picco storico. L’enorme accelerazione impressa dal governo cinese sulle energie rinnovabili rende la leadership riluttante a stringere contratti di fornitura vincolanti a lunghissimo termine, congelando di fatto l’apertura dei cantieri di Gazprom. 

La lunghissima dichiarazione ufficiale sulla partnership strategica siglata a fine incontro non ha offerto reali novità, limitandosi a ribadire le formule consolidate sul multipolarismo e la comune “preoccupazione per la crescente militarizzazione degli Stati Uniti e dei loro alleati” in Iran e America Latina. 

Durante la conferenza stampa, Xi Jinping ha invocato la cooperazione energetica e tecnologica (inclusa l’Intelligenza Artificiale) per “promuovere la governance globale”, denunciando che “unilateralismo ed egemonismo sono profondamente dannosi e rischiano di far regredire il mondo alla legge della giungla”. 

Anche sul dossier ucraino i due leader si sono limitati a riproporre il wording del Cremlino sulla necessità di eliminare le “cause alla radice” del conflitto, bilanciato dalla richiesta cinese di rispettare la Carta dell’Onu. Tuttavia, a pesare è un’indiscrezione intercettata dal Financial Times: in un colloquio privato con un leader terzo, Xi Jinping avrebbe confidato che Putin si sarebbe pentito della gestione dell’invasione in Ucraina. 

Attualmente, la Cina acquista dalla Russia il 20% del suo fabbisogno di petrolio, registrando un balzo del 35% nei primi mesi dell’anno. Un’accelerazione dettata dall’urgenza: la crisi bellica in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz (canale vitale per un terzo del greggio e il 25% del gas diretti a Pechino) costringono la Cina a diversificare le proprie rotte energetiche via terra. 

Nonostante questa vulnerabilità, Pechino non intende legarsi in modo esclusivo a Mosca. I dati globali mostrano che l’interscambio bilaterale, pur rimanendo a quota 240 miliardi di dollari, ha subito una contrazione rispetto al picco del 2023. All’interno di questo volume, le esportazioni russe verso la Cina sono diminuite, mentre sono cresciute quelle cinesi verso la Russia, trainate principalmente dalle forniture di componenti tecnologiche e industriali necessarie a sostenere lo sforzo bellico di Mosca. 

In conclusione, né la vastità della delegazione russa (composta da ben 39 funzionari), né i 22 accordi commerciali minori sottoscritti a margine sono bastati a imprimere una svolta. La promessa di Putin sull’affidabilità energetica russa si è scontrata con il muro di pragmatismo di una Cina non disposta a compromettere i suoi delicati equilibri con l’Occidente.