TORINO - L’atletica italiana piange la scomparsa di Livio Berruti, morto a 87 anni nella sua città natale. Campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960, Berruti è stato il primo velocista europeo della storia a interrompere il dominio degli sprinter nordamericani, aprendo la strada a campioni come Pietro Mennea e, molti anni dopo, Marcell Jacobs.
La sua impresa più celebre resta quella dello Stadio Olimpico della Capitale. A soli 21 anni, studente di chimica all’Università di Padova, Berruti sorprese il mondo correndo la semifinale dei 200 metri in 20”5, eguagliando il record mondiale. Si ripeté in finale, conquistando uno storico oro olimpico davanti ai rivali statunitensi. Iconica rimane la fotografia in bianco e nero che lo ritrae al traguardo con gli scuri occhiali da sole, un’immagine entrata nella storia dello sport italiano. Berruti fu inoltre primatista mondiale dei 200 metri dal 1960 al 1963. Ai Giochi olimpici di Tokyo 1964, ancora con gli occhiali scuri, non riuscì a ripetere l’impresa di Roma e chiuse la finale al quinto posto.
“La mia impresa del 1960 è sempre attuale - raccontava nel 2019 -. Ho avuto la fortuna di rappresentare l’Italia in uno dei momenti più belli della sua storia, quello del Dopoguerra”. Secondo Berruti, quella vittoria contribuì simbolicamente alla fiducia e alla rinascita di un Paese che si preparava al boom economico degli anni Sessanta.
Nel corso della carriera conquistò quattro medaglie ai Giochi del Mediterraneo, con due ori e due argenti, e sei podi alle Universiadi, tra cui quattro vittorie, oltre a numerosi titoli italiani.
Nel 2006 fu tra gli otto sportivi italiani scelti per portare la bandiera olimpica durante la cerimonia di chiusura dei Giochi invernali di Torino.
Il presidente della Fidal, Stefano Mei, ha ricordato Berruti come “un pezzo della storia più bella e più emozionante dell’atletica italiana”, sottolineando come la sua vittoria del 1960 abbia fatto sognare intere generazioni. Berruti lascia così un’eredità che va oltre le medaglie: quella di un campione capace di trasformare una vittoria olimpica in un simbolo dell’Italia.