GINEVRA – Le scorte mondiali di petrolio si avvicinano rapidamente al loro livello minimo degli ultimi dieci anni, con il rischio che si arrivi a un punto in cui, specie per alcune zone o paesi, non sarà più solo una questione di prezzi alti ma di scarsità, con conseguente distruzione della domanda e danni all’economia.
Mentre perdura il blocco dello Stretto di Hormuz, dove i transiti di petroliere avvengono con il contagocce, un nuovo allarme arriva dal colosso bancario elvetico UBS. Secondo gli analisti, malgrado le misure governative come il rilascio delle riserve strategiche e un certo rallentamento della domanda ad aprile, le scorte scenderanno, entro la fine di maggio, al livello minimo dal 2016, a quota 7,6 miliardi di barili contro gli 8,2 miliardi registrati a febbraio.
Gli effetti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi potrebbero essere un nuovo rialzo dei prezzi e una maggiore volatilità in una situazione già difficile. Dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico, il Brent è salito del 50%, arrivando sopra i 100 dollari al barile (78,64 franchi al cambio attuale), mentre il West Texas Intermediate (WTI) è a circa 110 dollari.
Ma a parte il livello delle quotazioni, il rischio è quello di una scarsità, poiché la distribuzione delle scorte non è uniforme e colpisce alcune zone e paesi più degli altri.
Sulle prospettive del mercato vanno considerati poi altri fattori: secondo i media, l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha lasciato scadere la deroga alle sanzioni che consentiva a paesi come l’India di acquistare petrolio russo via mare. Inoltre, gli attacchi dei droni ucraini stanno mettendo a dura prova le infrastrutture di Mosca.
A rincarare la dose è stato poi nei giorni scorsi il direttore di Exxon, multinazionale petrolifera con sede in Texas (USA), Darren Woods, che ha sottolineato come “il mercato petrolifero non ha ancora risentito pienamente dell’impatto della perdita di forniture”, ma se le scorte commerciali finiranno per scendere a livelli tali da non poter più fungere da fonte di approvvigionamento “continueremo a vedere un aumento dei prezzi sul mercato.”
Una dinamica che appunto sta già avendo effetti sull’inflazione, costringendo le banche centrali, in particolare quella europea, a intervenire alzando i tassi. Una stretta che, unita all’alto costo dei trasporti e dell’energia, frenerà la spesa dei consumatori e gli investimenti delle aziende, innescando quel circolo vizioso temuto da tutti. L’Eurozona e l’UE stanno già sperimentando un rallentamento del prodotto interno lordo che potrebbe divenire più consistente a seconda della durata del conflitto.