Non c’è bisogno di alzare la voce per parlare di pressione. Carlo Ancelotti la conosce, la vive e soprattutto sa come gestirla. Dopo una carriera trascorsa sulle panchine più prestigiose del calcio mondiale, il tecnico italiano non ha bisogno di spiegare a lungo cosa significhi essere giudicati ogni settimana. Basta una frase, semplice e diretta: “Ogni partita è un esame per un allenatore”.
È stato uno dei passaggi più interessanti del forum dedicato alla Queensland Football Series, andato in scena lo scorso lunedì sera, 28 settembre, al Thomas Dixon Centre di Brisbane. Sul palco, insieme ad Ancelotti, anche il commissario tecnico dell’Australia Tony Popovic, in un incontro moderato da Michael Zappone.
Un appuntamento che ha messo il calcio al centro di un progetto più ampio – come spiegato da David Crisafulli, premier del Queensland, prima dell’inizio del pannel – tra sport, grandi eventi e rapporti tra Australia e Brasile. La Queensland Football Series, sostenuta dal governo del Queensland e da Tourism and Events Queensland, ha portato le due Nazionali prima a Townsville e poi a Brisbane, offrendo al pubblico australiano una rara occasione per vedere da vicino la Seleção.
Ma quando sul palco c’è un allenatore del calibro di Ancelotti, inevitabilmente, prende un po’ la scena.
La domanda iniziale è sulla pressione, quella che accompagna un allenatore soprattutto quando guida grandi squadre e grandi campioni. Con l’esperienza diventa più semplice affrontarla?
Ancelotti annuisce. “Sì, penso di sì”. Poi arriva la spiegazione, senza troppi giri di parole: quando si comincia, la pressione pesa maggiormente; con gli anni si impara a conviverci e soprattutto a gestirla. Ma una cosa non cambia mai: “La vittoria ha molti padri e la sconfitta ha un solo colpevole”.
È il calcio visto dalla panchina. Un mondo nel quale una settimana può cambiare tutto e nel quale l’allenatore resta quasi sempre il primo a finire sotto esame.
Poi la conversazione si sposta sul Brasile. Ed è durante lo spazio riservato alle domande dei media che abbiamo portato Ancelotti su un terreno che conosce molto bene.
Ai nostri microfoni gli abbiamo chiesto se, dopo aver lavorato nel corso della sua carriera con alcuni dei più grandi campioni brasiliani, riconosca ancora nella Seleção di oggi quella stessa qualità, quella fantasia e quella capacità di inventare calcio che hanno caratterizzato le generazioni precedenti.
La risposta parte dai nomi che hanno fatto la storia: Pelé, Garrincha, Romário, Ronaldo, Neymar, Kaká. Poi il presente, con Vinícius, Raphinha, Estêvão ed Endrick.
“Il Brasile è capace di produrre un talento fantastico”, spiega Ancelotti.
“Il talento, però, oggi deve fare i conti con un calcio diverso rispetto a quello di venti o trent’anni fa”. Ed è proprio questo il punto sul quale insiste il tecnico italiano: la qualità individuale resta una delle grandi ricchezze del Brasile, ma il fuoriclasse non può più essere lasciato soltanto alla propria fantasia.
“Il talento deve essere supportato dal gioco di squadra, questo è essenziale”.
Una considerazione che racconta molto anche dell’idea di calcio dell’allenatore. Il singolo può decidere una partita, ma deve trovare alle proprie spalle una squadra capace di sostenerlo, creare equilibrio e metterlo nelle condizioni di esprimersi. Un tema particolarmente attuale per il Brasile: dopo l’1-1 di Townsville, lo stesso tecnico aveva evidenziato la necessità di migliorare il collegamento tra centrocampo e reparto offensivo.
E proprio la sfida con l’Australia ha offerto al CT l’occasione per osservare da vicino una Seleção nella quale esperienza e nuova generazione convivono. Nella rosa scelta per la tournée australiana, il tecnico ha infatti puntato su un mix di giocatori affermati e giovani, da Vinícius Júnior e Raphinha fino a Endrick ed Estêvão.
Per Ancelotti, però, dietro i grandi nomi, gli stadi pieni e le aspettative rimane la parte più semplice e allo stesso tempo più spietata del mestiere: “Sempre il risultato”.