L’idea che un ciclo di antibiotici debba sempre essere portato a termine fino all’ultima compressa, anche dopo la scomparsa dei sintomi o per periodi prolungati, è ormai superata per molte infezioni comuni. La durata della terapia dovrebbe essere stabilita in base al tipo di infezione, alla sua gravità e alle caratteristiche del singolo caso. Per alcune patologie, come la polmonite, le attuali indicazioni mediche prevedono in diversi casi trattamenti brevi, anche di soli 3-5 giorni. Prolungare autonomamente l’assunzione degli antibiotici non rende necessariamente la cura più efficace e può aumentare il rischio di effetti collaterali e di sviluppare resistenza batterica. La convinzione che l’antibiotico debba essere sempre assunto fino all’ultima dose deriva da indicazioni diffuse in passato, quando le conoscenze sulla durata ottimale delle terapie erano differenti. Oggi l’approccio tende a essere più personalizzato e a privilegiare, quando possibile, il trattamento più breve in grado di garantire l’efficacia della cura, evitando l’esposizione non necessaria al farmaco. I cicli prolungati restano invece indispensabili per alcune infezioni complesse, come la tubercolosi, che richiedono terapie specifiche e di lunga durata. La durata degli antibiotici non dovrebbe quindi essere modificata autonomamente: è importante seguire le indicazioni del medico e concordare con lui eventuali variazioni della terapia. Anche la scomparsa dei sintomi non significa necessariamente che il trattamento possa essere interrotto senza indicazioni precise.