Alla Biennale di Venezia 2026, già definita la ‘Biennale della discordia’, si respira un clima di contrasti e sorprese. Le polemiche sull’apertura agli artisti russi hanno acceso il dibattito internazionale ma oltre lo scontro politico e mediatico, le proteste all’apertura, l’esposizione si rivela ricca di percorsi inattesi tra i padiglioni dei Giardini della Biennale e dell’Arsenale di Venezia emergono visioni che mettono in discussione linguaggi e temi dell’arte contemporanea.

Il padiglione della Russia ai Giardini è tra i più controversi dell’edizione. Dopo le polemiche iniziali resta aperto solo nei giorni di preview per stampa e addetti ai lavori chiudendo poi al pubblico fino al 22 novembre. L’installazione The Tree is Routed in the Sky si sviluppa attraverso performance registrate e proiettate su maxischermi riflettendo sul rapporto tra uomo e natura e sulla filiera globale dei fiori spesso sottoposti a lunghi viaggi e processi industriali che ne alterano la vita

Il padiglione del Belgio è una delle esperienze più immersive dell’intera Biennale. Una scultura vivente e sonora fatta di tamburi ritmi tribali canti e danze di performer che si alternano in uno spazio attraversato da insegne di terracotta fragili ma evocative con parole come ‘if will you’. L’opera riflette sulla fragilità della vita quotidiana e sui suoi ritmi sempre più accelerati trasformando lo spazio in esperienza collettiva.

Il Padiglione Italia all’Arsenale con Con te con tutto di Chiara Camoni curato da Cecilia Canziani propone una visione corale e partecipativa che invita a ripensare il rapporto con il mondo attraverso la condivisione tra forme di vita materiali e immateriali. Le opere combinano lavori nuovi e preesistenti secondo una logica di riuso e trasformazione: plastica riciclata scarti industriali e oggetti trovati diventano elementi poetici capaci di raccontare il paesaggio contemporaneo e la sua continua metamorfosi

Il padiglione del Giappone firmato da Ei Arakawa-Nash insieme a Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi trasforma lo spazio in un ambiente giocoso e destabilizzante popolato da oggetti legati all’infanzia come pannolini passeggini bambole e giocattoli. Il pubblico è coinvolto direttamente in azioni quotidiane come il cambio dei pannolini che diventano gesti rituali. Ogni partecipante riceve una poesia generata digitalmente che intreccia biografie immaginarie e riferimenti storici.

Il padiglione del Libano con Nabil Nahas presenta Don’t Get Me Wrong una grande installazione pittorica composta da una sequenza di pannelli monumentali lunghi complessivamente 45 metri. Le palme e le stelle marine vengono trasformate in motivi frattali che fondono memoria personale geometria islamica ed espressionismo astratto americano. Il risultato è un ambiente visivo immersivo che invita lo spettatore a muoversi al suo interno.

Il Padiglione della Santa Sede distribuito tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice si distingue per la sua dimensione contemplativa. Qui artisti musicisti e poeti contemporanei dialogano con testi visionari e pratiche di ascolto. Le opere di Brian Eno Patti Smith Meredith Monk e Caterina Barbieri costruiscono un percorso lento e immersivo fondato su silenzio suono e meditazione in sintonia con il tema della Biennale In minor keys.

Infine l’Australia, rappresentata dall’artista Khaled Sabsabi con il progetto Conference of One’s Self, curato da Michael Dagostino. La mostra unisce video, suono e installazioni immersive per riflettere su identità, spiritualità, migrazione e convivenza multiculturale nella società australiana contemporanea.
L’intera edizione si muove quindi tra tensioni politiche e aperture poetiche alternando spettacolarità e introspezione.