LA PAZ - Migliaia di persone continuano a occupare strade e autostrade, bloccando gli accessi alla capitale La Paz e chiedendo le dimissioni immediate del presidente Rodrigo Paz Pereira, in carica dal novembre scorso.

La Bolivia attraversa una delle fasi sociali e politiche più tese degli ultimi anni. Nelle ultime ore la tensione è ulteriormente aumentata nel centro della capitale, dove si stanno registrando violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza.

Cinque diverse marce provenienti dalla periferia della città hanno raggiunto il cuore di La Paz nel tentativo di superare i blocchi installati da polizia ed esercito attorno a Plaza Murillo, sede del Parlamento e del potere politico del Paese.

Secondo quanto riferito dall’emittente locale Unitel, le autorità hanno ordinato fin dalle prime ore del mattino l’evacuazione preventiva del Palazzo Legislativo e del Ministero del Lavoro, temendo un aggravarsi della situazione.

Le immagini diffuse dalle televisioni boliviane mostrano barricate in fiamme, oggetti incendiati e duri scontri nelle strade del centro. Le forze dell’ordine accusano inoltre alcuni manifestanti di aver lanciato cartucce di dinamite contro gli agenti schierati a protezione degli edifici istituzionali.

Da oltre due settimane sindacati, movimenti sociali, organizzazioni contadine e settori della sinistra accusano il governo di aver tradito le promesse elettorali e di portare avanti politiche considerate favorevoli alle élite economiche e agli interessi internazionali.

La tensione era già salita nei giorni scorsi dopo i tentativi delle forze dell’ordine di sgomberare con la forza i blocchi stradali. Sabato scorso il governo aveva dispiegato circa 5 mila agenti per liberare alcune arterie principali verso La Paz. L’operazione era riuscita solo temporaneamente: secondo fonti locali, erano riusciti a transitare appena 33 camion, 30 autocisterne e tre mezzi che trasportavano ossigeno.

Le mobilitazioni sono iniziate settimane fa, dopo la promulgazione della Legge 1.720, approvata dal parlamento a marzo e firmata dal presidente ad aprile. La norma prevedeva una riforma agraria che, secondo i suoi oppositori avrebbe favorito la mercificazione della terra e messo a rischio i diritti territoriali dei popoli originari.

Di fronte alla crescente pressione popolare, il governo ha deciso di abrogare completamente la legge nel tentativo di calmare la situazione. Ma il gesto non è bastato. Le proteste sono proseguite e negli ultimi giorni si sono radicalizzate fino a trasformarsi in una richiesta esplicita di dimissioni del capo dello Stato.

Le manifestazioni e i blocchi sono sostenuti da settori considerati vicini all’ex presidente Evo Morales, tra cui contadini, insegnanti rurali, coltivatori di coca e lavoratori affiliati alla Central Obrera Boliviana (Cob).

Tra gli elementi chiave che spiegano l’escalation sociale, il primo riguarda l’inflazione: molti cittadini denunciano un forte calo del potere d’acquisto.

Il secondo punto è la crisi del carburante. Le proteste si sono amplificate dopo le accuse rivolte al governo per la distribuzione di benzina di scarsa qualità, che conterrebbe un eccesso di magnesio e avrebbe provocato danni a circa 200 mila veicoli. Secondo le denunce, molti automobilisti sono stati costretti a portare le auto più volte in officina, spendendo tra i mille e i duemila dollari in riparazioni.

Il terzo fattore riguarda le promesse elettorali considerate tradite. Paz Pereira era stato sostenuto soprattutto dagli elettori del MAS, dalla sinistra e dalle fasce più povere della popolazione, promettendo di non privatizzare l’economia e di non ricorrere a nuovi prestiti internazionali. Tuttavia, una volta al governo, ha eliminato l’imposta sulla ricchezza e promosso misure percepite come favorevoli ai grandi proprietari terrieri.

La situazione si è ulteriormente complicata dopo l’annuncio di nuove imposte per i piccoli commercianti e lavoratori autonomi, i cosiddetti “gremiales”, categoria che rappresenta centinaia di migliaia di lavoratori informali boliviani.

Secondo il governo, il nuovo tributo del 5% sarebbe necessario per riequilibrare i conti pubblici. Ma la misura ha provocato una nuova ondata di malcontento e rischia di allargare ancora di più il fronte delle proteste.

Sul fondo dello scontro resta anche il timore di un possibile accordo con il Fondo Monetario Internazionale. I manifestanti temono che La Paz possa avviare privatizzazioni e severe misure di austerità.