BUDAPEST - La mattina dopo la sconfitta di Viktor Orbán, Budapest si è svegliata con i cittadini che strappavano i manifesti elettorali del regime contro Zelensky. Ma se l’iconografia dell’era Orbán finisce al macero, le condutture che trasportano il gas russo restano saldamente al loro posto. L’orbanismo ha perso le elezioni, ma l’infrastruttura del suo partner strategico, Vladimir Putin, rimane intoccabile.
Per anni, Orbán ha costruito una relazione singolare con Mosca, trasformando l’Ungheria nel principale “sabotatore” del Cremlino all’interno dell’Ue in cambio di energia a prezzi stracciati. “L’Ungheria resta dipendente dalla Russia per nucleare, petrolio e gas; sarà un processo di rinegoziazione complicatissimo”, avverte Zsuzsanna Vegh del German Marshall Fund.
I numeri del Fondo Monetario Internazionale sono impietosi: nel 2024, il 74% del gas e l’86% del petrolio consumati in Ungheria provenivano dalla Russia. Questa non è solo una fatalità geografica dovuta all’assenza di sbocchi sul mare, ma il risultato di scelte politiche deliberate che, dal 2010, hanno prioritizzato il basso costo e le rotte russe rispetto a una reale diversificazione.
La sfida più difficile per il nuovo vincitore, Péter Magyar, si gioca nel settore nucleare. Se la centrale esistente (Paks I) fornisce circa metà dell’elettricità nazionale e cerca già combustibili alternativi, il vero legame con Mosca è rappresentato da Paks II. L’ampliamento della centrale, aggiudicato alla russa Rosatom con finanziamenti di Mosca, è entrato ufficialmente nella fase operativa solo pochi mesi fa.
Come spiega la ricercatrice Liubov Kornichuk, Paks II è la forma più duratura di influenza russa: stabilisce una dipendenza per manutenzione, ingegneria e combustibile che durerà per decenni.
Nonostante le promesse di ridurre la dipendenza entro il 2035, il messaggio post-vittoria di Magyar è stato improntato al realismo: “Faremo il possibile per diversificare, ma continueremo a ottenere petrolio al minor costo e nel modo più sicuro possibile”. È un’ammissione della realtà: Orbán ha governato garantendo bollette basse; Magyar sa che nessun leader sopravvive politicamente a Budapest se i costi dell’energia raddoppiano improvvisamente.
Mentre l’Ungheria si prepara alla “des-orbanizzazione”, la Russia ha già le mani sulle leve della pressione economica. Attraverso il gasdotto TurkStream e i contratti quindicennali firmati con Gazprom, Mosca ha i mezzi per far sentire la sua voce. In Ungheria esiste un proverbio: “Allungati solo fin dove arriva la coperta”. La coperta di Magyar, per ora, è ancora russa, e il rigido inverno della geopolitica attende al varco questa primavera del cambiamento.