SYDNEY – Le leggi introdotte nel New South Wales dopo la strage di Bondi per limitare le proteste sono state dichiarate incostituzionali, in una decisione che mette in discussione l’equilibrio tra sicurezza e diritti civili.
La Corte d’Appello del NSW ha stabilito che le misure rappresentavano un “onere non ammissibile” sulle libertà costituzionali, in particolare sul diritto di manifestare. Il giudizio, firmato dal Chief Justice Andrew Bell, accoglie il ricorso presentato da gruppi di attivisti come Palestine Action Group e Blak Caucus.
Le norme, approvate lo scorso dicembre con procedura accelerata, concedevano al commissario di polizia il potere di vietare per un massimo di tre mesi qualsiasi richiesta di autorizzazione per manifestazioni in alcune aree di Sydney dopo un attacco terroristico. In pratica, chi partecipava a cortei non autorizzati rischiava l’arresto per intralcio al traffico o ai pedoni.
Il provvedimento era stato giustificato dal governo come risposta necessaria all’attacco armato durante una celebrazione dell’Hanukkah a Bondi Beach, in cui morirono 15 persone. Le restrizioni sono rimaste in vigore fino a febbraio, in un clima di forte tensione nelle strade della città.
Durante quel periodo, la polizia è intervenuta con fermezza in diverse manifestazioni. Particolarmente contestato è stato lo sgombero di una protesta a Town Hall contro la visita del presidente israeliano Isaac Herzog, occasione in cui era stato fatto di uso di spray urticante, seguito da arresti e scontri con i manifestanti.
Secondo la Corte, tuttavia, la portata delle limitazioni ha superato quanto consentito dalla Costituzione implicita australiana in materia di comunicazione politica. La decisione sottolinea che anche in contesti di emergenza, i poteri pubblici devono rispettare limiti precisi e proporzionati.
Il premier del NSW Chris Minns aveva difeso le leggi prima della sentenza, riconoscendo la delicatezza dell’intervento ma ribadendo la necessità di garantire ordine pubblico. “È difficile intervenire senza incidere su alcuni principi costituzionali”, aveva detto, aggiungendo che esiste anche il diritto dei cittadini a vivere senza intimidazioni o violenza.
La pronuncia apre ora interrogativi sulle future risposte legislative in situazioni simili. Il punto resta politico oltre che giuridico: fino a che punto si possono comprimere le libertà individuali per garantire sicurezza collettiva.