Prima le conseguenze lasciate in eredità dall’amministrazione Morrison in seguito all’emergenza Covid, poi la guerra in Ucraina, quindi i dazi di Trump accompagnati dal conflitto a Gaza, ora l’Iran. Alibi di peso per difendere un’economia debole, da sostenere con misure straordinarie piuttosto costose, oltre a spese che, in due casi specifici sembrano essere sfuggite di mano: il primo riguarda la buona idea, gestita male, dell’assicurazione sanitaria per le disabilità (annunciato ieri dal ministro responsabile del settore, Mark Butler, un severo taglio del numero degli assistiti e un maggiore controllo dei gestori del servizio NDIS); il secondo la corsa a testa bassa, a suon di miliardi di sussidi federali, sul fronte della transizione energetica, con i traguardi su rinnovabili e tagli delle emissioni che non si vogliono modificare.
Chalmers al rientro della sua missione lampo negli Stati Uniti per il G20 delle Finanze e il vertice del Fondo monetario internazionale (Fmi), ha dichiarato che l’economia è “ostaggio delle decisioni prese a Washington e Teheran”, ma ha ribadito che, nonostante i necessari forzati aggiustamenti, dovuti alle indubbie varianti internazionali, il prossimo bilancio di gestione non perderà di vista ambizioni e impegni presi. Sarà responsabile in fatto di spese e risparmi, ma manterrà gli obiettivi di principio per ciò che riguarda le riforme fiscali, gli sforzi per aumentare la produttività e la crescita. “Non sarà esattamente il budget che avevamo in mente qualche mese fa”, ha detto il ministro del Tesoro, ma sarà comunque ambizioso, anche se i risparmi in fatto di ‘uscite’ non potranno, per cause di forza maggiore, essere dello stesso livello che era stato preventivato durante l’estate.
Il piano di partenza rimane inalterato, ma è impossibile non inserire clausole e avvertenze dettati dalle circostanze di una guerra, che nessuno sa come far finire, che hanno cambiato tutto, complicando visione e obiettivi. Da qui alcune ammissioni come il traguardo ora irraggiungibile di un aumento della produttività dell’1,2 per cento entro il 2030, con la Reserve Bank che ha già fatto rilevare che il miglioramento, su questo fattore fondamentale per aumentare il passo di crescita e arginare il pericolo inflazione, sarà solo dello 0,6% per quest’anno e dello 0,7% per il 2027 e 2028.
Chalmers getta invece un po’ di acqua sul fuoco sugli allarmismi dell’opposizione, che ha cercato qualche spiraglio di attenzione facendo ricorso all’orologio del debito (per informare gli australiani sull’andamento finanziario del Paese) per mettere in evidenza l’aggravarsi della situazione: raggiunta quota 960 miliardi, e tendenza al peggioramento, proprio in occasione (martedì scorso) del 20esimo anniversario del debito zero dell’era Costello. “Rispetto al resto del mondo, l’Australia è in quinta posizione nella classifica dei Paesi del G20 con minore indebitamento in rapporto al proprio Prodotto interno lordo” è stata la risposta del ministro del Tesoro. “Abbiamo fatto scendere il debito, abbiamo presentato in quattro anni due attivi di gestione, e la situazione finanziaria generale del Paese è sicuramente migliore di quella che abbiamo ereditato”, ha sottolineato Chalmers, respingendo le accuse sia di Peter Costello che dell’attuale controparte in campo liberale Tim Wilson e della responsabile ombra delle Finanze, Claire Chandler. Il primo, in occasione dell’anniversario del ‘suo’ storico azzeramento del debito (dopo dieci anni di graduali tagli), ha affermato che quel traguardo avrebbe dovuto diventare uno standard fisso di gestione per garantire il benessere delle future generazioni e invece ora si cerca di “dare la colpa alla guerra in Medio Oriente per una situazione finanziaria deteriorata attraverso anni di negligenza messi semmai in evidenza dal conflitto in Iran”.
Wilson ha invece fatto ricorso a un profondo rosso sul fronte finanziario che equivale a “dieci carte di credito a carico di ogni cittadino” imposte dal governo Albanese, con ogni dollaro extra di spesa che getta ulteriore benzina sul fuoco dell’inflazione. Per la senatrice Chandler la situazione è perfettamente inquadrata da un paio di dati che fotografano meriti e demeriti di due amministrazioni: nel 1996 Howard e Costello hanno ereditato dai laburisti e poi portato a zero un debito del 18,1% del Pil; in solo quattro anni di governo Albanese e Chalmers hanno portato il debito al 20,1%.
Vent’anni fa l’operazione restauro si era basata sulla strategia di interventi correttivi strutturali da parte del governo, lasciando però spazio aperto all’iniziativa privata per il recupero d’attività, oggi invece Chalmers sembra orientato a spezzare il necessario equilibrio (che era stato portato avanti anche nell’era Hawke e Keating) tra interventi federali e dinamiche di mercato, puntando su un maggiore interventismo. Le attuali sfide globali sono ovviamente ben diverse e la combinazione di una fase economica caratterizzata dalla contemporanea presenza di alta inflazione e bassa crescita complica qualsiasi decisione sia da parte del governo che della Banca centrale, con il suo unico strumento d’intervento dei tassi d’interesse. E da tenere conto, in questo quadro tutt’altro che idilliaco, che le conseguenze della guerra in Iran stanno arrivando ancora a dosi limitate, e che in alcuni settori l’impatto sarà particolarmente pesante anche quando si troverà una soluzione (che per ora non sembra esistere) a un assurdo conflitto: agricoltura, energia, edilizia e turismo in prima linea per un dopoguerra che nessuno sa ancora quanto lontano.
Ovvie quindi le dichiarazioni prudenti di Chalmers e le promesse calibrate di responsabilità e necessità all’insegna del massimo equilibrio per poter finanziare contemporaneamente crescita, welfare, transizione energetica e sicurezza nazionale. Considerando che ogni scelta implica un costo e ogni spesa un sacrificio alternativo, sarà interessante vedere come il ministro del Tesoro riuscirà a fare i conti con l’indubbia priorità di rispondere alle aspettative degli elettori per ciò che riguarda il costo della vita e, allo stesso tempo, l’altrettanto aspettato obbligo di mantenere una concreta disciplina fiscale e di adottare politiche sostenibili nel lungo periodo.
Un budget, quindi, quello del 12 maggio, vero banco di prova per presente e futuro e nessun gioco di prestigio, per quanto sofisticato possa essere, può cambiare una realtà che non fa e non farà sconti sia dal punto di vista politico che economico.