SOFIA - A soli sette giorni dalla storica caduta di Viktor Orbán in Ungheria, le cancellerie europee spostano lo sguardo verso Sofia con rinnovata apprensione. Le elezioni parlamentari di domenica 19 aprile 2026 rappresentano uno snodo cruciale per il “fianco est” dell’Unione Europea, nel timore che la sconfitta del sovranismo a Budapest possa essere bilanciata dall’ascesa di una nuova sponda filorussa in Bulgaria.  

Per il Paese si tratta dell’ottava tornata elettorale in meno di cinque anni, un record che certifica Sofia come una delle realtà politiche più instabili del continente, prigioniera di un sistema frammentato che finora ha prodotto solo coalizioni fragili e governi dalla vita brevissima. 

Il protagonista assoluto della vigilia è Rumen Radev. Generale dell’Aeronautica militare ed ex Presidente della Repubblica per due mandati, Radev si è dimesso lo scorso gennaio per guidare la coalizione Bulgaria Progressista, trasformando la lotta alla corruzione nel pilastro della sua campagna elettorale. La sua proposta politica è un mix atipico: un approccio conservatore sui valori, misure economiche per proteggere i cittadini dall’inflazione e una linea diplomatica “poco euro-entusiasta”, orientata a una distensione pragmatica con la Russia. 

A preoccupare Bruxelles è proprio questa possibile svolta diplomatica. Radev ha più volte ribadito la necessità di anteporre l’economia all’ideologia, sottolineando l’unicità della Bulgaria come Stato membro contemporaneamente slavo e ortodosso, ideale per fungere da ponte verso Mosca. Durante i suoi comizi, il leader ha spesso richiamato l’attenzione sui costi energetici, definendo “non normale” importare petrolio da rotte lontane e costose quando le risorse a basso costo nel Mar Nero si trovano a soli due giorni di navigazione, evidenziando una chiara volontà di riaprire i canali con il fornitore russo. 

Secondo gli ultimi sondaggi, la coalizione di Radev è saldamente in testa con circa il 31% dei consensi, staccando di dieci punti i conservatori del GERB (21%) e i liberali di Continuiamo con il Cambiamento (12%). Nonostante il netto vantaggio, questi numeri non garantiscono una maggioranza autonoma in un’Assemblea nazionale composta da 240 membri e regolata da un sistema elettorale misto. Sullo sfondo restano il Movimento per i Diritti e le Libertà, punto di riferimento della minoranza turca al 10%, e la destra radicale di Rinascita al 7%. 

In bilico appare invece il Partito Socialista, che rischia di restare fuori dal Parlamento non superando la soglia di sbarramento del 4%. Sulla scia del “modello ungherese” (dove l’opposizione si è unita per battere Orbán) in Bulgaria i partiti di centro-sinistra che non hanno aderito al progetto di Radev rischiano l’irrilevanza, proprio a causa della scelta del Generale di mantenere una coalizione priva di una marcata identità ideologica per attrarre un elettorato trasversale. 

Domenica i cittadini bulgari saranno chiamati a eleggere i 240 membri dell’Assemblea nazionale con il metodo Hare-Niemeyer. Con 31 seggi assegnati col maggioritario e 209 col proporzionale a liste bloccate, la sfida non sarà solo vincere, ma riuscire a comporre un mosaico di governo capace di resistere oltre pochi mesi. Per l’Europa, l’interrogativo resta aperto: Sofia sceglierà la via della stabilità atlantista o si trasformerà nel nuovo grattacapo sovranista di Bruxelles?