CANBERRA – L’Australia ha avviato colloqui con gli Stati Uniti sul nuovo piano proposto dall’amministrazione Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più cruciali per il commercio globale di energia.

Si tratta di una mossa che potrebbe segnare un cambio di passo nel coinvolgimento australiano nel Medio Oriente, dopo settimane di tensioni con Washington.

Secondo un cablogramma del Dipartimento di Stato citato da Reuters, gli Stati Uniti stanno cercando di costruire una coalizione internazionale per garantire la libertà di navigazione nello stretto in una fase definita “post-conflitto”. L’iniziativa, denominata Maritime Freedom Construct (MFC), è descritta come uno sforzo congiunto tra diplomazia e apparato militare americano.

Il ministro degli Esteri Penny Wong ha confermato che Canberra è stata informata della proposta e sta valutando le opzioni. “Stiamo lavorando con tutti i nostri partner, tra cui Regno Unito, Francia e Stati Uniti”, ha dichiarato durante una conferenza stampa a Seoul. “Siamo impegnati a esaminare le possibili strade, ricordando che abbiamo già fornito un contributo sul piano diplomatico e difensivo nella regione”.

Al momento, il governo non ha preso decisioni operative. Fonti interne parlano di una fase iniziale di consultazioni, con prudenza sia sul piano militare sia su quello politico. Il tema è delicato: un coinvolgimento diretto potrebbe esporre l’Australia a rischi strategici, ma restare fuori potrebbe incrinare ulteriormente il rapporto con Washington.

Il piano americano prevede diversi livelli di partecipazione. Non solo presenza navale, ma anche condivisione di informazioni, coordinamento logistico e misure economiche contro l’Iran. Un centro operativo a Washington dovrebbe gestire le attività diplomatiche e le eventuali sanzioni legate alla sicurezza marittima.

Il cablogramma sottolinea che la nuova struttura sarebbe distinta sia dalla campagna di “massima pressione” contro Teheran sia dai negoziati in corso. L’obiettivo dichiarato è garantire la sicurezza delle rotte energetiche e la stabilità del traffico commerciale, evitando nuove interruzioni.

Per il governo Albanese, la questione è strettamente legata alla sicurezza energetica globale e alla tenuta delle catene di approvvigionamento. Lo Stretto di Hormuz resta un nodo vitale per il flusso di petrolio e gas, e ogni blocco ha effetti immediati sui prezzi e sull’economia.

La linea dell’esecutivo resta quindi attendista: partecipare senza esporsi troppo, mantenere il legame con gli alleati senza entrare direttamente nel conflitto. Una scelta che riflette l’equilibrio, sempre più difficile, tra fedeltà strategica e calcolo nazionale.