ROMA - “Dopo lo spareggio con la Macedonia un pensiero sulla panchina azzurra l’ho fatto, all’epoca potevo allenare la Polonia al Mondiale 2022 e decisi di non andare. Il mio nome era uscito, una chiamata me l’aspettavo, ma non per il cuore, anche solo per dirmi di no, ci sono regole non scritte...”. Parole di Fabio Cannavaro, il protagonista del nuovo episodio di Fenomeni, il format originale Prime Sport condotto da Luca Toni, campione del mondo 2006 ed expert di Prime Video in occasione delle partite di Champions League.

Il capitano della Nazionale campione del mondo nel 2006, Pallone d’Oro e attuale allenatore della Nazionale uzbeka, torna anche sulla terza mancata qualificazione al Mondiale di un’Italia per lui irriconoscibile. “In Bosnia abbiamo avuto paura, è subentrato un blocco. Non posso immaginare che Donnarumma, Tonali, Calafiori e giocatori di Juventus e Inter non riescano a portarla a casa, anche in inferiorità numerica. Abbiamo perso la scuola dei grandi difensori, tutti si preoccupano della fase offensiva: se vedo quanti gol abbiamo preso nelle qualificazioni Mondiali mi vengono i brividi. Non ci rendiamo conto dei danni che stiamo facendo. Ci sono ragazzi di 12 anni che non hanno mai tifato la Nazionale al Mondiale”.

“Sorrido quando vedo che in Italia vogliamo proporre questo calcio moderno. Coverciano sforna centinaia di allenatori, ma le squadre di Serie A e B sono poche: vanno ai settori giovanili ad allenare terzo uomo, uscita dal basso... Avevamo una cosa positiva, difendere e soffrire. L’abbiamo persa per copiare la fase offensiva degli altri, perché dicevano che eravamo difensivi e giocavamo in contropiede. Dobbiamo fare cento passi indietro, tornare a insegnare a giocare a calcio a livello individuale, perché a poi a livello collettivo non ci metti niente a imparare”, spiega Cannavaro.

Messa da parte la delusione azzurra, l’ex difensore ripercorre le fasi della sua carriera e parla di un allenatore, come Malesani, con cui ha fatto grandi cose a Parma.

“Nel 1998 Malesani diceva le cose che avrebbe ripreso Guardiola, ma era troppo avanti per l’epoca. Portava una filosofia nuova, proponeva ai difensori di venire a giocare all’interno, portare palla, non scaricare subito al più bravo, ti obbligava a uscire e andare tra le linee. Ha mancato forse nella gestione ed è per questo che non ha avuto una carriera al top, ma per le idee e nel proporre calcio è stato uno dei miei migliori allenatori”.

Alla Juventus due anni con Fabio Capello in panchina. “Lui metteva competizione tra i giocatori, ti stuzzicava per farti rendere. Aveva Del Piero, ma giocavano Ibrahimovic e Trezeguet. Quella era una squadra costruita per vincere la Champions, ma non accadde perché utilizzava sempre gli stessi giocatori: siamo arrivati sempre scarichi ai momenti importanti”.

Capitolo Mondiale 2006: Germania, Francia, e il Pallone d’Oro. “Quando stringemmo la mano ai giocatori della Germania dissi a Gigi Buffon: ‘Abbiamo già vinto’. Ero lì piccolino, davo la mano e nessuno mi guardava negli occhi. La mia partita? Ancora oggi nella storia dei Mondiali è difficile aver visto una prestazione del genere di un difensore.

In finale entrando in campo siamo passati vicini al trofeo, ai ragazzi avevo detto: ‘Il primo che lo tocca lo sfondo’. Eravamo lì per alzarlo. Entrai subito duro su Henry: rimase a terra, volevo fargli capire che era una giornata difficile per lui. Zidane era talmente bello e talmente bravo che ti dispiaceva sportivamente picchiarlo. Lo metto un gradino sotto Ronaldo. Senza la testata, credo avrebbe vinto lui il Pallone d’Oro”.