ROMA - In occasione della sua recente visita in Italia, il principe Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979, ha lanciato un appello accorato dalla sede del Centro studi statunitense di Roma. Rivolgendosi ai governi occidentali, compreso quello italiano, Pahlavi ha chiesto di far sentire la propria voce affinché le esecuzioni e gli arresti in Iran si fermino, sottolineando che, mentre la comunità internazionale attende l’esito dei negoziati, il regime iraniano continua a non applicare alcun cessate il fuoco nei confronti del proprio popolo.
Pahlavi ha tracciato un parallelo significativo tra la lotta degli iraniani e quella di altri movimenti storici, citando il sostegno esterno ricevuto da Nelson Mandela e da Solidarnosc, ed evidenziando una comunanza di intenti con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: se l’Ucraina combatte contro un occupante straniero, il popolo iraniano sta resistendo a un occupante interno.
Il principe ha chiarito che non sta chiedendo ad altri Paesi di “fare il lavoro sporco” per conto degli iraniani, ma di creare una situazione di parità. In un regime che utilizza l’omicidio come strumento di governo, il popolo ha bisogno di essere ascoltato al tavolo delle trattative, un luogo dove attualmente non ha voce e dove i governi democratici possono farsi portavoce delle sofferenze, delle torture e della necessità di ripristinare l’accesso a internet, evitando che gli iraniani rimangano fuori dall’equazione politica.
Il leader della transizione ha ribadito di sentirsi investito di questa responsabilità dal sostegno di milioni di concittadini. Prima dell’oscuramento della rete, ha ricordato Pahlavi, il suo nome risuonava in tutte le province, ed è proprio la richiesta che giunge dalle strade a spingerlo ad agire.
In caso di crollo del regime, il suo primo atto sarebbe un appello alla calma e alla disciplina, esortando i connazionali a fidarsi del processo democratico anziché cercare vendetta o ritorsione. Per unificare il Paese, Pahlavi ha delineato quattro pilastri fondamentali: l’integrità territoriale dell’Iran, la chiara separazione tra religione e governo, l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge a prescindere da etnia o fede, e infine la creazione di un’assemblea costituente eletta.
In questa visione, la sua posizione resta neutrale rispetto alla forma di governo (repubblica democratica o monarchia costituzionale) poiché spetterà alla maggioranza degli iraniani decidere il futuro tramite referendum, in un processo che lui si propone di guidare solo fino all’insediamento di un’assemblea costituente.
Affrontando le questioni geopolitiche più spinose, Pahlavi ha invitato l’Occidente a smettere di negoziare con un regime che minaccia il traffico marittimo e tiene in ostaggio la comunità internazionale. A suo avviso, il momento è propizio: un Iran liberato porterebbe stabilità regionale, collaborando con i vicini, inclusi israeliani e sauditi, e trasformando la belligeranza in opportunità economiche e prosperità.
Il principe ha avvertito che il costo del mantenimento dello status quo è elevatissimo, poiché il regime, come un “animale ferito”, sta cercando rappresaglie disperate. Il pericolo nucleare, il supporto alle organizzazioni proxy e il terrorismo che si diffonde in Occidente sono minacce concrete che solo la fine del regime può eliminare.
In merito alla crisi dello stretto di Hormuz, Pahlavi ha sottolineato la gravità della situazione e la preoccupazione per l’alleanza tra Teheran e Mosca, un binomio che la comunità internazionale non può ignorare. Sul rapporto con i leader globali, come Donald Trump o Giorgia Meloni, ha chiarito che la questione non riguarda la sua persona, bensì il diritto del popolo iraniano alla democrazia.
La prospettiva, ha concluso, deve essere a lungo termine, simile a quella che sembra adottare la Cina, che guarda agli interessi globali, ma con una differenza sostanziale: per i paesi democratici, la solidarietà con i popoli che condividono valori di libertà dovrebbe essere la priorità assoluta per costruire un mondo più stabile e prospero.