CASERTA - Braccianti reclutati per strada, caricati in furgoni troppo piccoli o senza finestrini, costretti a lavorare nei campi fino a 14 ore al giorno e pagati pochi euro. È il quadro che emerge da un’inchiesta sul caporalato nei terreni agricoli del Casertano, coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e condotta dai carabinieri del Comando tutela del lavoro.
Il gip ha disposto misure di presentazione alla polizia giudiziaria per tre indagati, due indiani e un albanese, e l’obbligo di dimora per un quarto uomo di origine marocchina. Sono tutti accusati di essere caporali.
Per altri quattro indagati, tra cui il titolare di una delle aziende agricole che utilizzava i lavoratori, è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini.
Le accuse sono di intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori. Secondo gli investigatori, il sistema si basava sul reclutamento di manodopera irregolare, in gran parte composta da cittadini indiani e pachistani senza permesso di soggiorno.
I braccianti venivano avvicinati ogni mattina in una rotonda stradale di Villa Literno o in alcuni vicoli della zona. Da lì erano portati nei campi di Villa Literno, Casal di Principe e Grazzanise con furgoni omologati per nove persone, ma in cui venivano stipati anche 25 o 30 lavoratori. In alcuni casi si trattava di mezzi destinati al trasporto merci, privi di finestrini.
Una volta nei terreni, secondo l’accusa, i braccianti lavoravano fino a 14 ore al giorno, sette giorni su sette, sotto il sole o la pioggia. Venivano pagati a cottimo, tra 80 centesimi e un euro e mezzo a cassetta, oppure a tempo, con compensi di 3 o 4 euro all’ora. La paga giornaliera era di 30 euro per i nuovi lavoratori e di 50 per quelli impiegati da più tempo.
Gli operai non sarebbero stati sottoposti a visite mediche, non avrebbero avuto bagni chimici né punti di ristoro e non avrebbero potuto assentarsi per malattia o usare il telefono.
I caporali, secondo la ricostruzione, li controllavano costantemente e li minacciavano di perdere il lavoro in caso di scarsa resa, malattia o mancata fuga durante eventuali controlli delle forze dell’ordine.
“I fatti emersi sono gravi perché il reclutamento dei lavoratori avveniva alla luce del sole, nell’indifferenza di tante persone, che non hanno mai denunciato, anche perché probabilmente assuefatte a tali fenomeni”, afferma il procuratore Pierpaolo Bruni.
L’inchiesta è partita dalla denuncia di uno dei lavoratori. In seguito, altri braccianti hanno deciso di collaborare, consentendo agli investigatori di ricostruire il sistema anche attraverso appostamenti e video. “C’è un aspetto positivo: 17 braccianti hanno collaborato nell’inchiesta, trovando il coraggio di denunciare i propri sfruttatori”, sottolinea Bruni.
I lavoratori che hanno fornito dichiarazioni utili sono stati trasferiti in località protette e hanno ricevuto una prospettiva di protezione e inserimento sociale e lavorativo.