BUENOS AIRES – “È stata una morte annunciata”. Con queste parole la Procura argentina ha sintetizzato la propria ricostruzione della morte di Diego Armando Maradona, tornando a mostrare in aula una fotografia del campione senza vita.

All’apertura delle arringhe, dopo 45 udienze e oltre 70 testimonianze, i pubblici ministeri Patricio Ferrari e Cosme Iribarren hanno ribadito che la morte del Pibe de Oro, avvenuta il 25 novembre 2020, sarebbe stata evitabile e conseguenza di una grave negligenza nell’assistenza sanitaria durante il ricovero domiciliare a Tigre.

All’apertura degli argomenti conclusivi erano presenti in tribunale anche i familiari di Maradona. Le figlie maggiori, Dalma e Gianinna, sono arrivate insieme alla madre, Claudia Villafañe, e si sono sedute accanto a Verónica Ojeda, un’altra delle ex compagne del campione.

Anche Jana Maradona ha assistito all’udienza, accompagnata dai suoi avvocati. Le sorelle di Diego, Rita e Laura, erano presenti tra il pubblico, sedute lontano dal resto della famiglia.

Davanti al Tribunale penale n. 7 di San Isidro, i magistrati hanno chiesto 12 anni di carcere per il neurochirurgo Leopoldo Luque, 10 per Nancy Forlini, coordinatrice del servizio sanitario della compagnia assicurativa Swiss Medical, 8 per la psichiatra Agustina Cosachov, 5 per lo psicologo Carlos Díaz e 4 anni ciascuno per il coordinatore infermieristico Mariano Perroni e l’infermiere Ricardo Almirón.

La Procura ha invece escluso dalle richieste di pena il medico Pedro Di Spagna, inizialmente coinvolto nel procedimento.

Prima di formulare le richieste, i pubblici ministeri hanno annunciato che non avrebbero chiesto la detenzione preventiva degli imputati, sottolineando che si sono sempre presentati alle convocazioni giudiziarie e che non vi sarebbero motivi per ritenere concreto il rischio di fuga.

L’avvocato che rappresenta Diego Maradona Jr. ha chiesto invece 10 anni di carcere per Cosachov e ha sollecitato l’arresto immediato di Luque, Forlini e della stessa psichiatra al momento della lettura della sentenza.

Prima dell’inizio delle arringhe, alcuni degli imputati avevano reso le loro ultime dichiarazioni davanti al tribunale, respingendo le accuse e contestando il ruolo attribuito loro nella gestione sanitaria di Maradona.

Luque ha negato di essere stato il medico clinico responsabile del ricovero domiciliare, sostenendo di aver coordinato diversi aspetti dell’assistenza. Ha inoltre affermato che la morte del campione sarebbe stata provocata da un evento cardiaco improvviso e imprevedibile.

Cosachov ha a sua volta negato di essere stata la medica curante di Maradona. Ha spiegato di aver valutato la possibilità di un ricovero in una struttura psichiatrica, precisando tuttavia che l’ingresso avrebbe dovuto essere volontario. Ha anche riconosciuto di non aver letto preventivamente il verbale di dimissione firmato insieme a Luque e ad altre persone.

Forlini ha dichiarato di occuparsi della ricezione e dell’autorizzazione delle prescrizioni mediche, sostenendo che la stessa Cosachov le aveva indicato Luque e lei come medici curanti del campione.

Al centro dell’accusa c’è la decisione di trasferire Maradona in una casa del complesso residenziale Barrio San Andrés, a Tigre, dopo l’intervento neurochirurgico a cui era stato sottoposto per un ematoma subdurale.

Secondo Ferrari, tra l’11 e il 25 novembre 2020, il campione sarebbe stato affidato a un’organizzazione sanitaria disordinata e priva delle condizioni necessarie per garantire un’assistenza adeguata a un paziente con un quadro clinico complesso. “Quello che doveva essere una struttura ospedaliera in una casa, non è mai esistito”, ha dichiarato il pubblico ministero, descrivendo il ricovero come “carente e temerario”.

La Procura ha sostenuto che Maradona non fosse in condizioni di ricevere le dimissioni ospedaliere e che anche alcuni responsabili della clinica fossero consapevoli dell’inadeguatezza del ricovero domiciliare.

L’atto di dimissione, secondo l’accusa, sarebbe servito soprattutto a distribuire le responsabilità, senza garantire al paziente la necessaria assistenza. Nell’abitazione, hanno sottolineato i pubblici ministeri, mancavano attrezzature fondamentali come un letto ortopedico, un defibrillatore, un kit di pronto soccorso e una linea venosa predisposta. Non era inoltre disponibile un’ambulanza nel caso di un’emergenza.

Iribarren ha ricordato che Maradona non era un paziente sano alle prese soltanto con il recupero postoperatorio, ma una persona con precedenti problemi renali, neurologici, epatici e cardiaci, oltre a una storia di consumo problematico di alcol. “Era un paziente complesso, con diverse patologie, che aveva bisogno di una valutazione complessiva”, ha affermato il magistrato, sottolineando che le condizioni cliniche erano già note e documentate prima del decesso.

La Procura ha spiegato poi di aver suddiviso il periodo del ricovero domiciliare in due fasi.

Durante la prima settimana, Maradona avrebbe mostrato condizioni relativamente buone, ma l’assistenza sarebbe stata comunque insufficiente. Il paziente non seguiva una dieta adeguata, non sempre consentiva agli infermieri di visitarlo e la comunicazione tra i diversi professionisti coinvolti presentava già gravi lacune.

La situazione sarebbe precipitata nella settimana successiva, tra il 16 e il 24 novembre, quando, secondo Ferrari, la casa si sarebbe trasformata in un luogo privo di un’effettiva assistenza sanitaria.

Particolarmente gravi, secondo l’accusa, sarebbero state le omissioni nelle ultime ore di vita del campione.

Ferrari ha contestato all’infermiere Almirón di aver annotato nelle schede di controllo che Maradona era in buone condizioni la mattina del

25 novembre, nonostante non fosse entrato nella stanza per visitarlo e le registrazioni infermieristiche sarebbero state falsificate.

La ricostruzione dell’accusa si fonda anche sulle conclusioni della commissione medica che ha esaminato il caso. I pubblici ministeri hanno richiamato quattro elementi principali: l’inadeguatezza dell’assistenza, l’assenza di condizioni idonee per il ricovero domiciliare, il progressivo deterioramento delle funzioni cardiache, epatiche e renali e una lunga agonia prima della morte.

Prima di formulare le richieste di pena, Ferrari ha individuato in Luque e Forlini le due figure che, secondo la Procura, avrebbero avuto le maggiori responsabilità nella gestione sanitaria di Maradona.

Il neurochirurgo, considerato dall’accusa il medico di riferimento del campione, è stato criticato per non aver richiesto gli esami necessari, non aver aggiornato adeguatamente la documentazione clinica e non aver organizzato il trasferimento in una struttura specializzata, nonostante la complessità del quadro sanitario.

Secondo Ferrari, Luque avrebbe inoltre ignorato i segnali di insufficienza cardiaca, compresi i ripetuti riferimenti al gonfiore del paziente.

Forlini invece, nel ruolo di coordinatrice dell’assicurazione medica, non avrebbe verificato l’idoneità dell’abitazione, non avrebbe predisposto una documentazione clinica completa e non avrebbe condiviso con gli infermieri le informazioni necessarie per garantire la continuità delle cure.

Alla psichiatra Agustina Cosachov, l’accusa ha contestato di non aver organizzato il ricovero in una struttura specializzata, di non aver controllato adeguatamente la somministrazione degli psicofarmaci e di aver ignorato i segnali di insufficienza cardiaca.

Lo psicologo Carlos Díaz avrebbe invece oltrepassato le proprie competenze professionali, avallato l’allontanamento degli accompagnatori terapeutici e nascosto ai familiari le reali condizioni di salute del campione, impedendo loro di vederlo.

Al coordinatore infermieristico Mariano Perroni, la Procura ha contestato la mancata supervisione del personale, l’assenza di controlli sull’effettiva assistenza prestata e la mancata adozione di misure adeguate di fronte alle segnalazioni di rischio. Ferrari ha inoltre sostenuto che Perroni avrebbe partecipato alla falsificazione delle schede infermieristiche.

Infine, l’infermiere Ricardo Almirón, per il quale sono stati chiesti quattro anni di carcere, è accusato di non aver riconosciuto i sintomi evidenti di insufficienza cardiaca, di aver registrato controlli che non sarebbero stati effettuati e di non aver eseguito le verifiche dei parametri vitali che, secondo l’accusa, avrebbero potuto consentire di intervenire in tempo.

Con le richieste di pena, la Procura ha esposto la propria interpretazione degli eventi che portarono alla morte di Maradona, sostenendo che le omissioni nell’assistenza e la mancata risposta ai segnali di allarme abbiano avuto un ruolo determinante.

Ora spetterà alle difese presentare le proprie argomentazioni e al tribunale valutare le prove prima di pronunciarsi sulle responsabilità penali degli imputati.