MILANO - La Cassazione esaminerà il 25 giugno il caso di Alessia Pifferi, la quarantenne condannata in appello a Milano a 24 anni di reclusione per l’omicidio volontario della figlia di diciotto mesi, Diana, morta di stenti nel luglio 2022 dopo essere stata lasciata sola in casa per quasi sei giorni. 

La Procura generale di Milano ha impugnato la sentenza di secondo grado, chiedendo alla Suprema Corte di annullarla con rinvio per un nuovo processo d’appello.  

Al centro del ricorso c’è la decisione dei giudici milanesi di riconoscere a Pifferi le attenuanti generiche, equivalenti all’aggravante del vincolo parentale, riducendo così la pena rispetto all’ergastolo stabilito in primo grado. 

Nel ricorso, l’avvocato generale dello Stato Lucilla Tontodonati scrive che Pifferi lasciò “sola in casa, prigioniera di un lettino, l’essere umano più fragile e totalmente dipendente da lei”, con una condotta che fa “orrore”. La Procura generale contesta anche il fatto che, secondo l’accusa, la donna abbia continuato a “mentire” durante il procedimento. 

La Pg critica, inoltre, la motivazione con cui la Corte d’Assise d’appello ha riconosciuto le attenuanti, richiamando anche l’incidenza del “clamore mediatico” sul comportamento processuale dell’imputata. Per la Procura, questo non può essere considerato un parametro normativo per ridurre la pena. 

Hanno presentato ricorso anche la nonna e la zia materne della piccola Diana, parti civili nel processo e rappresentate dall’avvocato Emanuele De Mitri, che già in appello aveva chiesto la conferma dell’ergastolo. 

Nel corso del processo, due perizie, una in primo grado e una in appello, hanno stabilito la piena capacità di intendere e di volere di Pifferi.  

Secondo la Procura generale, il movente definito “egoistico”, legato alla scelta di allontanarsi da casa per raggiungere l’allora compagno, non può giustificare una valutazione positiva tale da incidere sulla pena.