BUENOS AIRES - La famiglia del fotografo Pablo Grillo ha presentato martedì 5 maggio una richiesta al tribunale, per il rinvio a giudizio del gendarme Héctor Jesús Guerrero, accusato di aver sparato il colpo che provocò al giovene ferite gravissime, durante la repressione di una protesta di pensionati davanti al Congresso, il 12 marzo 2025.
La richiesta è stata presentata alla giudice federale María Servini e si è aggiunta a quella formulata il giorno precedente dal procuratore Eduardo Taiano, secondo il quale il membro della Gendarmeria avrebbe agito in modo “sproporzionato e irrazionale”, violando i protocolli sull’uso della forza.
Per la parte civile — rappresentata dal Centro de estudios legales y sociales (Cels) e dalla Liga argentina por los derechos del hombre — Guerrero deve essere processato per tentato omicidio aggravato.
La procura, invece, ha chiesto il rinvio a giudizio per i reati di lesioni gravissime, aggravate da abuso della funzione pubblica e abuso aggravato di armi.
Secondo l’indagine giudiziaria, il caporale maggiore effettuò sei spari con una pistola lancia-gas tra le 17:05 e le 17:25, “senza che esistesse un contesto di aggressione” che giustificasse il suo operato.
Le perizie hanno inoltre stabilito che sparò con angolazione orizzontale, cosa espressamente vietata dai regolamenti operativi.
Il candelotto che raggiunse Grillo fu sparato alle 17:18. Secondo la ricostruzione effettuata nell’ambito del procedimento, il fotografo era accovacciato, dietro una barricata improvvisata e a circa 47 metri di distanza dalle forze di sicurezza quando fu colpito alla testa.
A causa della ferita, Grillo riportò una frattura del cranio e perdita di massa encefalica. È rimasto ricoverato per diversi mesi e sottoposto a numerosi interventi chirurgici.
I referti medici allegati al fascicolo avvertono della presenza di sequele neurologiche permanenti e di un marcato deterioramento delle sue funzioni cognitive e comunicative.
Nel suo parere, Taiano ha affermato che Guerrero aveva una formazione specifica sull’uso dell’arma e conosceva i protocolli vigenti. “Non esiste alcuna possibilità che ignorasse le norme”, ha sostenuto il procuratore, respingendo l’ipotesi di un incidente o di una negligenza involontaria.
La parte civile ha inoltre chiesto di approfondire l’indagine sulla catena di comando coinvolta nell’operazione di sicurezza dispiegata quel pomeriggio davanti al Congresso. La richiesta riguarda dirigenti della Gendarmeria, agenti della Polizia Federale e funzionari del ministero della Sicurezza, allora guidato da Patricia Bullrich.
Ora sarà Servini a dover decidere se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio e se ampliare l’inchiesta sulle responsabilità politiche e operative dietro l’operazione repressiva.