ROMA - Nel racconto di Valter Lavitola compare un nuovo elemento sui rapporti con Sigfrido Ranucci prima dell’attentato del 16 ottobre. Secondo quanto riferito dal suo legale, durante l’interrogatorio di garanzia l’ex editore avrebbe raccontato di avere parlato direttamente con il conduttore di Report dei rischi che stava correndo già il 7 settembre 2025, durante un incontro nella villetta di Ranucci a Torvajanica. 

Per la difesa, questo passaggio sarebbe centrale per sostenere il movente indicato da Lavitola, che ha ammesso di essere il mandante dell’attentato ma sostiene di avere agito per provocare un rafforzamento della scorta del giornalista, non per colpirlo. 

Secondo la ricostruzione del legale, avrebbe riferito a Ranucci “ciò che aveva saputo dei pericoli che correva”, affrontando anche il tema della sicurezza. Se il giornalista confermasse quel colloquio, sostiene la difesa, il movente oggi ritenuto non credibile potrebbe trovare nuovi riscontri. 

Il 7 settembre, secondo quanto riportato sulla base degli atti dell’indagine, sarebbe stata la prima volta in cui Lavitola entrò nella proprietà di Ranucci. La posizione della villetta gli sarebbe stata indicata dallo stesso conduttore attraverso un messaggio, mentre il telefono dell’ex editore avrebbe agganciato per circa due ore e 45 minuti una cella compatibile con la zona dell’abitazione. 

Otto giorni dopo, secondo l’ordinanza di custodia cautelare, Lavitola sarebbe tornato nell’area insieme al suo factotum Gomes Clesio Tavares per un sopralluogo. I due avrebbero sostato per circa mezz’ora davanti alla residenza, mentre Ranucci non era in casa. 

Il punto più delicato riguarda ciò che Ranucci avrebbe saputo prima dell’attentato. Dopo l’esplosione dell’ordigno davanti alla sua abitazione, il giornalista fu sentito in Procura il 17 ottobre e indicò diverse possibili piste investigative.  

A complicare il quadro ci sono anche alcuni messaggi che Lavitola avrebbe inviato a Ranucci il 20 ottobre, quattro giorni dopo l’attentato. “Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio”, avrebbe scritto, aggiungendo in un altro messaggio: “Ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa”. Ranucci avrebbe risposto rassicurandolo, senza però dirgli di avere già chiesto il potenziamento della scorta. 

La difesa di Lavitola ha già presentato ricorso al Riesame e punta a integrare le dichiarazioni rese dall’indagato.  

“Non si tratta di ritrattare o di dire cose diverse, ma semplicemente di puntualizzare o di offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito”, ha spiegato il legale, annunciando possibili dichiarazioni spontanee davanti ai giudici. 

I punti centrali saranno il movente e le modalità esecutive dell’attentato. Secondo la difesa, l’unico ordine sarebbe stato quello di non fare male a nessuno. Il legale richiama anche un passaggio degli atti in cui uno degli esecutori avrebbe dichiarato spontaneamente, già il 2 luglio, che nessuno voleva ferire qualcuno. 

Lavitola, riferisce ancora il suo avvocato dopo un colloquio in carcere a Rebibbia, vive una condizione psicologica difficile ed è pentito per avere messo nei guai “persone a cui tiene”, tra cui Gomes e lo stesso Ranucci. “La scelta dell’attentato è solo sua, una iniziativa solo sua”, ha aggiunto il legale. 

Secondo la difesa, Lavitola ritiene che Ranucci avesse considerato poco rilevanti gli avvertimenti ricevuti e li avesse affrontati con superficialità. Per questo, sostiene il legale, il giornalista potrebbe non avere riferito agli inquirenti del colloquio sui rischi paventati prima dell’attentato.  

L’avvocato precisa però che, nell’interrogatorio di garanzia, Lavitola ha escluso l’esistenza di un accordo preventivo con Ranucci sull’attentato.