WASHINGTON - La partita geopolitica sullo Stretto di Hormuz, il punto di transito strategico per il commercio di idrocarburi che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e al Mare Arabico, responsabile di norma di circa un quarto del traffico petrolifero marittimo mondiale, si muove lungo un doppio binario fatto di complessi negoziati diplomatici e durissime minacce militari. 

Sul fronte diplomatico, l’Iran ha annunciato di aver raggiunto un’intesa con l’Oman sulla mappa delle rotte di navigazione per il transito delle navi nella via d’acqua. Le parti sono ora al lavoro per definire i dettagli di una dichiarazione congiunta e stabilire le modalità operative del piano. Secondo le informazioni emerse, il meccanismo riaprirebbe lo stretto consentendo ai bastimenti commerciali di entrare attraverso una rotta vicina alla costa iraniana ed uscire tramite una vicina a quella dell’Oman, senza il pagamento di tasse o pedaggi durante il periodo transitorio. 

Durante una conferenza stampa, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha spiegato la complessità dell’operazione: “L’insicurezza nello Stretto di Hormuz è stata imposta a noi, alla regione e al mondo intero. Si tratta di una questione estremamente complessa e, per la prima volta, si sta definendo un meccanismo che da un lato tutela la sovranità e i diritti sovrani dei due Stati rivieraschi (Iran e Oman) e dall’altro garantisce il passaggio sicuro delle navi commerciali in questo tratto di mare”. 

Nonostante l’intesa preliminare sulla mappa, la riapertura effettiva rimane legata a ulteriori passaggi. Già all’inizio del mese il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva chiarito che la conclusione delle trattative bilaterali non avrebbe comportato un’automatica riapertura dello Stretto, la quale resta vincolata al soddisfacimento di altre condizioni. 

Le manovre tra Teheran e Mascate hanno scatenato l’immediata reazione del presidente statunitense Donald Trump, intervenuto proprio nel giorno in cui è giunto a scadenza il memorandum d’intesa firmato a giugno tra Washington e Teheran. Quell’intesa concedeva 60 giorni alle due nazioni per definire un accordo finale, imponendo all’Iran di riaprire il passaggio e confermare di non voler acquisire armi nucleari, a fronte della revoca del blocco navale e delle sanzioni da parte statunitense. 

Intervistato da Fox News, Trump ha minacciato direttamente il Sultanato di lanciare attacchi militari se si sovrapporrà ai colloqui diretti tra Washington e Teheran per la riapertura della via marittima: “Se l’Oman si mette di mezzo, li bombarderemo senza pietà”. 

Il presidente degli Stati Uniti ha ribadito la linea della fermezza, sostenendo che Washington mantiene il controllo dell’area, di fatto bloccata da Teheran dopo lo scoppio della guerra a fine febbraio. “Gli Stati Uniti hanno il controllo totale dello Stretto di Hormuz. CREDO CHE LO MANTERREMO”, aveva già rivendicato Trump la scorsa settimana su Truth Social. A sollevare ulteriori polemiche è stata anche una sua recente battuta in cui suggeriva di voler presto dichiarare lo Stretto “territorio degli Stati Uniti”. 

Le dichiarazioni della Casa Bianca hanno provocato un’irrigidita replica da parte iraniana. Il viceministro degli Esteri per gli affari giuridici e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha risposto con fermezza su X: “Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e resterà iraniano. Questo Stretto sarà chiuso e riaperto solo su ordine dell’Iran e, finché non accetterete la realtà della sconfitta e non abbandonerete le vostre fantasie, l’Iran continuerà a mantenere il blocco”. 

In parallelo al braccio di ferro verbale, la situazione sul campo mostra segni di una progressiva e pericolosa escalation. Secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, i vertici di Teheran (convinti che gli Stati Uniti stessero unicamente prendendo tempo in vista di un attacco imminente) negli ultimi 60 giorni hanno intensificato drasticamente la produzione interna di droni e missili, promuovendo contemporaneamente figure intransigenti in posizioni chiave. 

Funzionari dell’intelligence araba hanno segnalato al quotidiano statunitense un vero e proprio “cambiamento strategico” ai vertici delle forze armate iraniane per “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”. Un’analisi confermata anche da Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, secondo il quale “in Iran è diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.