CHIETI – L’hanno chiamata per mesi la “famiglia nel bosco”, per poi scoprire che bosco non è, ma solo una zona esterna all’area urbana di un Comune del Chietino – Palmoli – di 800 abitanti.

I Trevallion-Birmingham, diventati famosi (senza desiderarlo) in tutto il mondo per la complicata vicenda giudiziaria che li coinvolge, aspettano la decisione del Tribunale dell’Aquila, prevista per il 24 di giugno, sul possibile ricongiungimento con i figli.

Dal 26 novembre scorso – giorno in cui i tre piccoli (una bambina di 8 anni e due gemelli, maschio e femmina, di 6) sono stati prelevati e portati in casa-famiglia – sono passati mesi di dolore, colloqui, attese, angoscia. E speranze tradite da uno spietato meccanismo di burocratizzazione dei sentimenti, dei legami e dei desideri.

Nel frattempo Catherine ha pubblicato un libro, La mia verità (Solferino), in cui descrive la sua visione del mondo, le sue idee su famiglia, comunità, scuola ed educazione dei figli (alcune delle quali alla base della decisione dell’allontamento dei bambini), il suo percorso di maestra di equitazione e il suo rapporto con la natura.

Nel libro parla della sua infanzia a Melbourne, vicina alla comunità italiana della città australiana. Ricordi che ha accettato di condividere con Il Globo.

“Gli italiani sono sempre stati uno splendido esempio di espressività, autenticità, cucina genuina e valore della famiglia – dice –. I migliori amici miei e di mia sorella erano figli di immigrati italiani di prima generazione. Adoravamo andare a casa loro, perché l’atmosfera era sempre piena di calore e allegria”.

Traccia un parallelismo con la propria storia familiare. “La mia esperienza è molto simile – afferma –. Sono figlia di genitori maltesi di prima generazione: quella italiana era una cultura mediterranea che sentivamo vicina alla nostra. Mi colpiva il modo in cui i genitori dei nostri amici mantenevano un legame così forte con la loro origne e la loro lingua e portavano l’Italia nelle loro case e nella loro vita quotidiana”.

La copertina del libro.

La memoria va con affetto a Lygon Street (la Little Italy di Melbourne), alla cucina, alla comicità italo-australiana e alla forza con cui questa forte comunità viveva la propria identità.

Nel libro, Catherine menziona una carissima amica italiana di Melbourne. “Si chiama Deanna Amato e ha accettato volentieri di essere citata in questa intervista – dice subito Catherine – perché crede profondamente nel suo legame con la comunità italiana di Melbourne. E io ritrovo questo stesso spirito nel nostro rapporto. Siamo cresciute entrambe in famiglie originarie dell’Europa meridionale, dove i vincoli di parentela, il cibo e le emozioni erano alla base della vita quotidiana”.

Nel corso degli anni, anche se lontane geograficamente, Deanna e Catherine sono sempre rimaste in contatto, seguendo i reciproci percorsi di vita. “E spero che questo continui fino alla fine dei nostri giorni – sottolinea –. È un legame fondato su valori, convinzioni e sogni condivisi: crescere i nostri figli e le nostre famiglie secondo un modello basato sulla natura, sul cibo genuino, sull’amore, sulla salute e sul desiderio di costruire una società migliore per le nuove generazioni”.

La scelta di Catherine e Nathan di vivere in Italia e di crescere in Italia i loro figli è stata inevitabilmente influenzata dal rapporto con la nostra comunità in Australia. Ma non solo, spiega Catherine: “Ho visitato l’Italia tre volte quando ho vissuto in Europa da giovane e ogni volta ho avuto la conferma di amare le persone, il valore attribuito alla famiglia. Amo in particolare l’Abruzzo, che è ancora un gioiello in gran parte preservato dalla distruzione e dalla mentalità del mondo moderno”.

Palmoli e Melbourne appaiono due mondi lontanissimi e non solo per i kilometri che li separano. Eppure, proprio tra quelle colline abruzzesi Catherine ha ritrovato una piccola collettività cosmopolita più vicina al melting pot australiano di quanto si creda.

“A Palmoli e nei borghi circostanti – spiega – vivono molte persone provenienti da altri Paesi che, come noi, cercavano un luogo in cui crescere i propri figli lontano dalle tossine e dai ritmi frenetici del mondo moderno. Lo spirito multiculturale è importante e sarò sempre grata a Melbourne per essere riuscita a favorirlo e valorizzarlo”.

Una delle affermazioni dei servizi sociali sulla famiglia Trevallion-Birmingham, riportate dai media, riguardano proprio un presunto isolamento rispetto alle relazioni sociali e di comunità. Un’accusa sempre negata dalla coppia.

“A Palmoli abbiamo un rapporto molto stretto con i nostri due vicini e le loro famiglie – dice la donna – oltre che con il nostro caro amico Ferdinando, che ha 93 anni ed è una straordinaria fonte di conoscenza ed esperienza sulla vita legata alla terra. Un tempo l’Italia vantava una delle aspettative di vita più alte al mondo e ciò era dovuto allo stile di vita che conducevano le persone, grazie anche a un forte legame con gli animali e con la natura. Questo si riflette in una generazione di grande forza fisica e mentale che, purtroppo, sta scomparendo troppo rapidamente”.

Resta da chiedersi se, in questi 6 mesi d’inferno, lontani dai propri figli e stritolati da un ingranaggio che loro stessi faticano a comprendere, Catherine e Nathan si siano mai pentiti di essersi stabiliti a Palmoli.

“Credo che i rimpianti portino soltanto sofferenza – risponde sicura lei, in modo coerente con la sua filosofia di vita –. I miei viaggi e le mie esperienze mi hanno insegnato a imparare, crescere, ampliare la mia consapevolezza e fare scelte diverse per costruire un futuro diverso. Ho scoperto che nessun Paese è privo di problemi: ovunque esistono aspetti positivi e negativi. Purtroppo le difficoltà che stiamo affrontando oggi riguardano molte altre famiglie in tutto il mondo”.

La conclusione è fatta ancora una volta di parole d’amore e gratitudine. “L’Italia ci ha donato qualcosa che continua a commuovere me e Nathan fino alle lacrime ogni giorno – confessa –. Una straordinaria ondata di amore e sostegno proveniente da tutto il Paese e dalle comunità italiane nel mondo. Abbiamo ricevuto un numero infinito di lettere, preghiere, regali, telegrammi, cartoline, e-mail, telefonate e perfino visite da persone di ogni fede, età e provenienza. Il cuore degli italiani ha parlato e credo che proprio dall’Italia, il Paese che abbiamo scelto come casa, possa nascere una rivoluzione fondata sull’amore per la famiglia e sull’unità, destinata a diffondersi nel mondo”.